Picchi di temperature che nel territorio ravennate sfiorano i 40 gradi nell’aria e i 30 sulla superficie del mare, il tutto in periodi dell’anno sempre più anticipati. Si tratta di un’ondata di calore tra maggio e giugno che ha invaso l’Europa e l’Italia. «Sono le prime manifestazioni consistenti del cambiamento climatico», dice la biologa Cristina Mazziotti, direttrice della struttura oceanografica Daphne di Cesenatico. Nel quadro di Arpae, Daphne presidia e svolge attività di monitoraggio, studio, ricerca e controllo degli ambienti marini e di transizione e delle loro interazioni con il territorio costiero dell’Emilia-Romagna.
Direttrice, l’ondata di calore cosa sta causando al nostro mare?
«Si accumula umidità nell’aria e il mare non è in grado di rinfrescarsi di notte. In condizioni climatiche normali, di notte il mare rilascia il calore del giorno nell’atmosfera, ma se la temperatura dell’aria è ancora molto alta anche in notturna allora quel calore invece di fuoriuscire viene spinto a fondo, se questo ciclo si ripete per diversi giorni la temperatura dell’acqua cresce sensibilmente».
C’è un legame con il colore particolarmente trasparente?
«Il chiarore è dettato dalla secca che sta avendo il fiume Po, sempre a causa del caldo.
In questo momento la portata di acqua è sotto i 300 metri cubi al secondo (la media annuale è circa 1.400 m3/s), arrivano pertanto pochi nutrienti per alghe e organismi che popolano le superfici del mare dei nostri lidi».
L’agenzia Reuters riporta che l’Europa in questi giorni ha una temperatura media di 3,5 gradi superiore alla media nella stessa stagione rilevata tra il 1961 e 1990, nel mondo si parla invece di 1,1 gradi. Quali saranno le conseguenze di un Adriatico sempre più caldo?
«Sarà sempre più persistente il problema di raffreddamento dell’aria e di mitigazione del clima. Con la superficie dell’Adriatico a 30 gradi di giorno e a 28 di notte a giugno e i fiumi che portano altra acqua calda, il mare perde la sua funzione di regolatore climatico. Inoltre l’aumento delle temperature degli oceani di tutto il mondo porta a un’espansione della massa d’acqua e a uno scioglimento dei ghiacciai ai poli, fattori che producono innalzamento del livello. Per quanto riguarda i 3,5 gradi, se in realtà vengono calcolati nell’arco di un anno si noterà un aumento di poco più di 0,1 gradi, che è comunque alto ma non scarta di tanto dalle previsioni. Il problema resta nelle ondate di calore: più si allungano in durata più produrranno gravi danni».
L’osservatorio europeo Copernicus ha valutato a più 9 cm l’innalzamento dei
livelli delle acque marine negli ultimi 26 anni. Quali sono i rischi reali per città come Ravenna? Rimarrà questo il tasso di crescita del livello del mare?
«Si parla di proiezioni decennali sul tasso di innalzamento, non abbiamo una risposta univoca. La zona di Ravenna ha una subsidenza
naturale con un’influenza antropica. Arpae ha attiva una campagna di controllo e monitoraggio, gli ultimi dati non sono drammatici, in alcune zone vediamo anche un
rallentamento dell’erosione delle coste».
L’osservatorio della Commissione Europea sulle microplastiche, ossia elementi plastici inquinanti di dimensioni tra i 5 mm e gli 0,2 mm, stima più di un milione di tonnellate rilasciate nei mari ogni anno. Lo United Nations Environmental Program scrive 2,5 milioni disperse nel 2020. Quali sono i livelli nelle nostre acque? Quali i rischi?
«Le microplastiche sono tenute sotto stretto controllo da più di dieci anni. Abbiamo tre punti di campionamento sulla costa, che spesso danno valori molto diversi tra di loro : le microplastiche sono facilmente soggette a correnti, spostamenti, anche per questo ci sono dati diversi anche tra le istituzioni internazionali. Il Mediterraneo e, in particolare, l’Adriatico sono mari chiusi e fortemente antropizzati, le nostre coste però riescono a rimanere in un buon parametro, tra le 1,5 e le 4,6 parti per metro cubo d’acqua, in linea con gli altri mari aperti del mondo. Come si sa la plastica rimane, viene degradata dai raggi ultravioletti, ma resta nell’ambiente, il 90 percento della contaminazione è di origine urbana, agricola o industriale e arriva via fiume; solo il 7-8 percento deriva dai
residui delle attività di pesca e navigazione».
Le nostre acque di oggi sono più o meno inquinate rispetto al passato?
«Stiamo facendo passi avanti. Le nostre sono acque molto controllate, abbiamo leggi che lo prevedono. Monitoriamo acqua di mare e biota (la popolazione degli organismi viventi di una certa area, in questo caso la nostra costa Adriatica, ndr), abbiamo un dataset molto ampio che ci permette di fare confronti e pianificare gli obiettivi. Una volta c’erano multe per inquinamento, le grandi aziende che superavano i limiti e potevano permettersi quelle tariffe pagavano, oggi è richiesta una valutazione degli agenti inquinanti e la redazione di un piano obiettivo per eliminarli dal sistema. Noi in Arpae forniamo i dati e le analisi alla Regione per poter applicare leggi e politiche, ma non abbiamo il potere di cambiare le cose. Oggi si stilano piani di raggiungimento obiettivi su 3-5 anni perché per un hummus economico-produttivo come il nostro l’adattamento non può essere immediato. Purtroppo anche il potere della Regione è limitato: ricordiamo che il nostro delta del Po accoglie gli scarichi agricoli e industriali dell’intero Nord-Italia, di regioni su cui non abbiamo giurisdizione e di cui non possiamo controllare le emissioni e gli agenti inquinanti utilizzati nei processi produttivi».



