Per la Chiesa i dieci comandamenti sono pilastri. L’ottavo dice: “Non pronunciare falsa testimonianza”. Però forse alla diocesi di Ravenna-Cervia è scappata una piccola bugia. Il 25 giugno sono stati abbattuti sei pini monumentali nel giardino del mausoleo di Galla Placidia, ma sulla strada erano stati affissi cartelli che indicavano “lavori di potatura”. E sul sito della diocesi si parlava di chiusura del monumento per il 25 e 26 giugno, senza specificare il motivo.
In un comunicato inviato alla stampa locale a cose fatte (non era il caso di dirlo prima?), la diocesi ha sottolineato che l’operazione è stata autorizzata da Soprintendenza, prefettura, carabinieri forestali e Comune – non mancava proprio nessuno – sulla base di «una serie di perizie di tecnici agronomi e di prove strumentali che hanno evidenziato un grave rischio di caduta in caso di eventi atmosferici importanti».
Da decenni gli alberi erano parte fondamentale del paesaggio di uno degli scorci più iconici della città. Ai non addetti ai lavori appare quindi difficile comprendere come la Soprintendenza che ha dato il via libera all’abbattimento sia la stessa Soprintendenza che aveva giudicato inaccettabile un tappeto di mosaico sotto Porta Adriana. E la difficoltà di comprensione resterà tale perché la Soprintendenza non brilla per trasparenza delle spiegazioni sulle sue decisioni.
Ma la vicenda diventa l’ennesima puntata di visioni opposte sulle sorti degli alberi a queste latitudini. Le istituzioni in generale sembrano avere la motosega sempre accesa: di fronte alle parole “rischio di caduta”, si procede con un bel taglio netto pari terra che così nessuno negli uffici comunali rischia beghe. Dall’altra parte c’è un manipolo di ambientalisti che invece vede sempre un’alternativa all’abbattimento, quasi al limite dell’accanimento terapeutico.
Con la perizia di un agronomo che sottoscrive il rischio crollo, il burocrate in ufficio è sereno. Ma se il rischio crollo di oggi fosse l’effetto di anni di incuria dello stesso burocrate? Interventi di salvataggio quando l’albero è pericolante hanno costi elevati. Ma se la pianta fosse stata regolarmente custodita, ora sarebbe più forte? L’abbattimento di un albero è oggettivamente una perdita per la collettività. Ognuno decida quanto grande. Di quella perdita è tenuto a risponderne qualcuno?
Ultimamente i Comuni hanno elaborato una raffinata strategia. Si mette il cartello “Degrado da radici” al bordo dei marciapiedi – così per il malcapitato che dovesse inciampare sarà più difficile pretendere un risarcimento – e le piante diventano ceppi da caminetto. Questo nonostante il verde ormai si sia guadagnato il rispetto di tutti in tempi di isole di calore. Addirittura il Partito repubblicano a Cervia (!), nei giorni scorsi, ha chiesto pubblicamente all’amministrazione di cui fa parte una revisione del piano del verde. Ma chissà se avremmo letto la stessa uscita pubblica se il sindaco Boschetti avesse dato una poltroncina all’Edera nella nuova giunta…
Però la cosa che stride di più è la scarsa disponibilità – diciamo pure zero – delle istituzioni a confrontarsi con il mondo ambientalista, anche quando quest’ultimo va oltre all’approccio un po’ sciamanico di chi abbraccia gli alberi. Il comitato che – invano, ca va sans dire – si è battuto per i pini di Lido di Savio si è fatto carico di contattare agronomi esperti con pareri diversi, fare perizie, raccolte firme, iniziative di divulgazione. Insomma, c’è stata una volontà di dialogare. Poco è importato al Comune che è sembrato il marchese del Grillo: “Io so’ io, e voi…”. E non è stata più dialogante la diocesi: il giorno prima degli abbattimenti a Galla Placidia alcuni ecologisti hanno suonato al campanello della diocesi. Si sono sentiti rispondere che la persona deputata a parlare era fuori “per esercizi spirituali”.
A questo punto viene da chiedersi se il Comune di Ravenna mostrerà la stessa inflessibile determinazione anche nel dialogo con Snam che doveva realizzare un bosco di cento ettari, come misura di compensazione per il rigassificatore, ma tra Marina e Punta Marina è tutto secco. L’impianto, invece, quello è già operativo e produce profitti per i privati. Snam non parla, il Comune promette verifiche. E il verde? Aspetterà.


