venerdì
06 Novembre 2026
ambiente

I rischi del CCS: «La fuoriuscita di anidride carbonica può essere letale»

In Usa due gravi incidenti in impianti simili a quello che Eni e Snam vogliono costruire tra Ravenna e Ferrara. Per ReCommon si sta sottovalutando il pericolo per la sicurezza dei cittadini

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«Appena arrivati sul posto abbiamo trovato un silenzio inquietante. C’erano auto ferme col motore acceso e le portiere aperte, persone svenute in mezzo alla strada con la bava alla bocca e altre che vomitavano in uno stato di semi-incoscienza. Sembrava di essere dentro un film dell’orrore». È la scena che si è trovato davanti il vigile del fuoco Jerry Briggs appena è arrivato a Satartia, un piccolo paese del Mississippi (Usa) dove era stato chiamato per un intervento di emergenza. «Non avevamo idea di quale fosse la causa, ci era solo stato riferito che la situazione era grave. Per cautela abbiamo indossato i respiratori con bombole di ossigeno. Un agente di polizia si era unito a noi senza attrezzatura protettiva ed è collassato; inoltre abbiamo dovuto muoverci a piedi perché il nostro fuoristrada ha smesso di funzionare a causa della mancanza di ossigeno nell’aria». Solo dopo tre ore Briggs e i suoi colleghi sono stati informati via radio sulla causa: gli svenimenti di massa erano stati provocati dalla fuoriuscita di anidride carbonica da una conduttura dell’impianto CCS che passa a poche decine di metri dal centro abitato. Si tratta di un’infrastruttura molto simile a quella che Eni e Snam vogliono costruire nelle province di Ravenna e Ferrara per trasportare e interrare l’anidride carbonica nel sottosuolo al largo della costa ravennate.

Briggs ha condiviso la sua testimonianza durante un webinar sul CCS organizzato lo scorso 13 ottobre dall’associazione ReCommon. L’incidente di Satartia è avvenuto il 22 febbraio 2020 e un altro analogo è successo quattro anni dopo, il 3 aprile 2024 a Sulphur in Louisiana. In entrambi i casi non ci sono stati morti, ma per alcuni cittadini ci è mancato poco. I soccorritori non erano preparati perché non avevano nessun protocollo da seguire in caso di dispersione di anidride carbonica in atmosfera. Solo dopo il primo incidente la ExxonMobil, azienda proprietaria dell’impianto, ha iniziato a organizzare appositi corsi di formazione e sicurezza. Nonostante i loro promotori affermino che gli impianti CCS sono sicuri, i due casi dimostrano che esistono dei rischi per i territori che ospitano queste infrastrutture.

L’anidride carbonica passerà vicino ad Alfonsine e Pontelagoscuro

La sigla CCS sta per “Carbon capture and storage”, cioè cattura e stoccaggio di anidride carbonica (CO2). Nei paesi occidentali si stanno costruendo questi impianti per ridurre le emissioni di CO2 in atmosfera, che contribuiscono alla crisi climatica. Il CCS cattura l’anidride carbonica prima che esca dalle ciminiere industriali, la trasporta attraverso lunghe tubature e la immette nel sottosuolo. Dunque questi progetti non abbattono direttamente le emissioni climalteranti, bensì permettono di continuare a inquinare come prima, ma nascondendo le emissioni sotto terra.

Quello di Ravenna progettato da Eni e Snam è il primo CCS in Italia e prevede di stoccare la CO2 nei giacimenti esauriti di metano al largo dalla costa ravennate, a 3mila metri di profondità. L’impianto è stato già attivato a settembre 2024 per la sua fase pilota che sta stoccando 25mila tonnellate annue di anidride carbonica emesse dalla centrale Eni di Casal Borsetti. Ora si attende il via libera per la seconda fase del progetto, denominata CCS Pianura Padana, che prevede di costruire circa 80 km di condutture entro il 2030 (vedi mappa in alto) per raccogliere fino a 4 milioni di tonnellate all’anno di CO2 provenienti dai distretti industriali di Ravenna e Ferrara: tutta questa anidride carbonica dovrebbe passare molto vicino ai centri abitati di Pontelagoscuro e Alfonsine per arrivare alla centrale di Casal Borsetti dove sarà liquefatta, trasportata al largo di Porto Corsini e da lì iniettata nel sottosuolo. Dovrebbe poi partire la terza fase (CCS Callisto) che prevede collegamenti col resto dell’Emilia-Romagna, il Veneto e la Francia per raggiungere i 16 milioni di tonnellate annue da interrare nei giacimenti esauriti di metano al largo di Ravenna. Se sarà realizzato, si tratterà del maggiore sito di stoccaggio nel Mediterraneo.

La CO2 provoca danni alla salute dell’uomo

L’anidride carbonica è una sostanza tossica e pericolosa. Con una concentrazione del 4% in atmosfera può provocare gravi effetti sulla salute umana, dall’intossicazione alla perdita di coscienza e al coma, fino alla morte. La CO2 è inodore, incolore e insapore, perciò in caso di dispersione in atmosfera le persone non si accorgono di nulla prima di svenire.

Un altro relatore al webinar di ReCommon, James Hiatt del Movement for a better bayou, ha reso l’idea testimoniando il secondo incidente in Louisiana a cui ha assistito: «Un’esplosione o un incendio sono visibili, fanno rumore, perciò le persone possono identificarli e scappare. La CO2 invece no. Se non si viene soccorsi subito dopo essere svenuti, si rischia la vita».

Il pericolo di smottamenti in Emilia-Romagna

L’incidente di Satartia è avvenuto per un banale smottamento del terreno. «Quel mese nella zona sono cadute piogge record – ha spiegato Briggs – e il fianco della collina ha ceduto, provocando la rottura del gasdotto e la conseguente dispersione di CO2». Non è un evento improbabile in Emilia-Romagna, dove sono avvenute tre grandi alluvioni nel 2023 e 2024 e dove la crisi climatica sta provocando precipitazioni sempre più improvvise e abbondanti, oltre alle frequenti mareggiate ed esondazioni dei fiumi. Le aree che dovrebbero essere attraversate dalle condutture del CCS Pianura Padana sono territori già colpiti dalle recenti alluvioni o a elevato rischio idrogeologico e sismico.

«Non c’è chiarezza sulla gestione del rischio»

Secondo Elena Gerebizza di ReCommon non c’è abbastanza chiarezza sulla sicurezza dell’impianto CCS che si vuole costruire in Emilia-Romagna: «Poiché la CO2 non è un gas esplosivo, le infrastrutture di trasporto non sono considerate a rischio rilevante e sono escluse dalla direttiva Seveso sulla prevenzione degli incidenti legati alle sostanze pericolose negli stabilimenti industriali. Tuttavia una fuga di CO2 ha impatti gravissimi sulla salute», ha detto durante il webinar. «Nel progetto di Eni e Snam non è chiaro come verrà gestito questo rischio, se gli enti locali siano stati coinvolti e se esistano protocolli di pronto soccorso per i vigili del fuoco e gli altri soggetti preposti in caso di fuoriuscita di anidride carbonica».

I proponenti hanno promesso la presenza di centraline di rilevamento e sistemi di pronto intervento ma, ha aggiunto Gerebizza, «non sono state fatte simulazioni reali per valutare cosa accadrebbe concretamente in caso di incidente nella zona industriale di Ravenna, vicino a un centro abitato o in un’area protetta». Non solo: «Sebbene la norma italiana ammetta il trasporto di CO2 solo in fase gassosa, il progetto del CCS Pianura Padana prevede diverse fasi di trattamento in forma liquida, come al Ravenna Hub e a Casal Borsetti. Questo processo presenta rischi che non sono stati valutati in modo adeguato. Snam dichiara che la pressione del tubo sarà di 40 bar, mantenendo la CO2 gassosa fino a circa 5°C, ma non sono state fornite risposte né valutazioni dei rischi su cosa accadrebbe se la temperatura esterna dovesse scendere, portando la CO2 in fase supercritica o liquida».

Oltre ai pericoli per la sicurezza dell’uomo c’è il tema dell’impatto ambientale. Il tracciato del CCS Pianura Padana attraversa diverse zone protette della rete Natura 2000 e un’eventuale dispersione di CO2 in mare farebbe impennare l’acidità dell’Adriatico con conseguenze devastanti per l’ecosistema subacqueo. Secondo la ricercatrice di ReCommon «il progetto è stato frammentato e presentato in valutazioni di impatto ambientale separate, impedendo di considerare gli impatti complessivi».

In definitiva «nei territori interessati non si sa praticamente nulla di ciò che si vuole costruire, di come verrà sviluppato il progetto e di tutte le sue implicazioni», ha concluso Gerebizza. «Molti cittadini ancora non sanno che queste condutture dovrebbero passare a pochi metri dalle loro case». La principale critica espressa da ReCommon riguarda l’approccio delle autorità pubbliche e dei proponenti privati che «rimandano la gestione dei rischi a una fase successiva all’autorizzazione, anziché valutarli prima di costruire l’impianto. È un comportamento inaccettabile per la sicurezza dei territori e dei cittadini». Se saranno concluse anche la seconda e terza fase, il CCS lascerà una pesante eredità soprattutto alle generazioni future. Ma finora non si è discusso abbastanza pubblicamente di questi temi.

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