Innocenti, bomber a 45 anni: «I social e i media hanno tolto l’anima al calcio»

Con quasi trecento reti tra Eccellenza e serie C, l’attaccante originario di Anita continua a timbrare in D con l’Alfonsine. Tre stagioni nel Ravenna con il ritorno tra i professionisti: «Che orgoglio la fascia al braccio»

Innocenti AlfonsineCon quasi trecento reti realizzate tra Serie C, D ed Eccellenza, distribuite in circa ottocento partite, Riccardo Innocenti può essere considerato uno dei giocatori più prolifici della provincia di Ravenna. Non si è però fermato qui, perché all’età di 45 anni continua a segnare per l’Alfonsine, che partecipa al campionato di Serie D, vestendo i panni di una sorta di “highlander” del pallone.

Quando da giovanissimo lasciò il vivaio del Ravenna per tuffarsi nel mondo dei grandi per giocare nell’Argentana, in Eccellenza, era il lontano 1992: in quella stagione, per fare un esempio, i giallorossi di Guidolin avrebbero centrato la prima storica promozione in Serie B, mentre in A spopolava gente come Zenga, Baggio, Van Basten e Batistuta.

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Il “vizietto” il bomber di Anita, il piccolo paese dove è cresciuto, non l’ha quindi perso, timbrando due volte il cartellino anche nelle ultime settimane, contro le lombarde Ciliverghe e Fanfulla. «Gli acciacchi si sentono – inizia Innocenti – ma riesco comunque a dare il mio contributo. Anche se a questa età bisogna saper gestire le energie, la voglia di divertirsi in campo è ancora tanta».

Innocenti Giovanili Ravenna

Innocenti ai tempi delle giovanili nel Ravenna

Oltre alla passione per il calcio, c’è qualche altro motivo che la spinge a giocare ancora?
«La famiglia. Nell’Alfonsine c’è anche mio fratello Federico e inoltre riesco a stare vicino ai miei cari, considerato che da sei anni vivo a Urbino. È stato come chiudere un cerchio. In questo periodo ho macinato tantissimi chilometri in automobile e mi considero una sorta di pendolare del pallone. Un paio di volte a settimana mi fermo a dormire nella mia vecchia casa. L’aspetto più duro è convivere con la stanchezza per i viaggi».

Come mai vive a Urbino?
«Perché, dopo più di vent’anni in giro per l’Italia, ho deciso di stabilirmi in maniera permanente nella città di mia moglie, con i nostri figli Niccolò e Rebecca. Da Urbino gestisco alcuni appartamenti in Salento, comprati quando giocavo in Puglia, la mia seconda terra. Al mare però vado sempre a Casal Borsetti, nel bagno dell’amico Tabanelli (Andrea, centrocampista del Lecce in serie A, ndr)».

Come va l’Alfonsine?
«Il budget della società è molto basso e quindi cerchiamo di onorare la categoria in maniera dignitosa. Navighiamo nella zone basse della classifica, ma siamo comunque fuori dalle ultime due posizioni che portano alla retrocessione».

Qual è il vostro obiettivo?
«La salvezza, anche se sarà difficile conquistarla senza passare dai playout. A parte me, Fede e Giacomoni, formiamo una squadra giovane, con ragazzi con potenzialità e ambizioni. È soprattutto la loro voglia di emergere che deve fare la differenza».

Si ricorda il suo primo gol in carriera?
«Ero di sicuro al Massa Lombarda, in Eccellenza, ma non ricordo la squadra avversaria. Ho invece nella memoria il primo in D: giocavo a Russi e segnai al Santarcangelo. Erano altri tempi, adesso alcuni miei compagni hanno 17-18 anni. Potrebbero essere miei figli».

Come è cambiato il calcio dall’inizio degli anni Novanta a oggi?
«Più che il calcio in sè, è cambiato quello che c’è attorno. Lo spogliatoio, infatti, è sempre quello, come lo stare in campo. Il problema è più a livello sociale, perché la gente, in particolare i giovani, preferiscono guardare un match in televisione piuttosto che dal vivo, preferendo la Serie A alla squadra della propria città o del proprio paese. I social e i media hanno tolto l’anima al calcio. Mi chiedo che cosa ci sia di più bello che stare all’aria aperta ad assistere a una partita, anche se di Prima o Seconda Categoria. Lo sa quali sono i più bei ricordi da bambino? Quando facevo il raccattapalle alle gare del Ravenna».

Il calcio quindi è malato?
«Un certo tipo sicuramente sì. Basti pensare quanto sono calate le società dilettantistiche rispetto al passato. Faccio un esempio: ad Anita una volta c’era una prima squadra, un piccolo settore giovanile e una formazione amatoriale. Ora nulla, a parte un campo da calcio lasciato, vuoto, al proprio destino: questo succede nel mio paese come in tantissime altre località della Romagna e dell’Italia. Non è possibile andare avanti solo grazie ai volontari».

Innocenti Ravenna 1

Innocenti da capitano del Ravenna

Tornando al Ravenna, come è stata la sua esperienza in giallorosso?
«Ho fatto tutta la trafila nel settore giovanile, per tornarci a fine carriera, quando ormai non ci speravo più, dopo tante volte che eravamo stati vicinissimi ma poi non si era fatto nulla. Sono state tre stagioni bellissime, sempre caratterizzate da gioie finali. La promozione in D, la successiva salvezza e infine il ritorno in C, in quel giorno a Russi che mi resterà sempre nel cuore. Sono orgoglioso di aver dato il mio contributo e di aver indossato la fascia».

Altre soddisfazioni?
«Gli anni nel Sud dell’Italia sono stati molto belli. Ho vinto tanti campionati. Non sarebbe giusto scegliere, perché da Gallipoli fino a Marcianise, passando per Vasto, Taranto e Barletta, sono stato sempre benissimo».

E rimpianti?
«Di sicuro non rimpiango di aver rifiutato alcune proposte in Serie B, per motivi contrattuali. Piuttosto mi dispiace non essere arrivato a quota cento reti in C, fermandomi a 97».

Nella prossima stagione la vedremo ancora in campo?
«È già da qualche anno che mi ripropongo di smettere, ma poi per un motivo o un altro decido sempre di continuare, soprattutto perché il mio fisico me lo permette. A giugno, però, penso che sarà la volta buona di far basta».

E quindi cosa farà da “grande”?
«Ho preso il patentino Uefa B e mi piacerebbe allenare i bambini. I settori giovanili per me rappresentano ancora la parte più sana di questo sport e sarebbe bello aiutare a far crescere chi inizia a dare i primi calci a un pallone»

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