Alfonsine promosso in D, l’allenatore ha 28 anni e ammira Mourinho e Guardiola

Mattia Gori è il giovane tecnico che ha vinto l’Eccellenza con il miglior attacco e una delle peggiori difese: «Siamo scesi in campo sempre spregiudicati». L’ambizione è seguire le orme dell’amico Sabbadini, oggi ds del Ravenna in serie C

Mattia Gori

Mattia Gori

Da Edmondo Fabbri fino a Delio Rossi, passando per Azeglio Vicini e Alberto Zaccheroni, la Romagna è da sempre terra di grandi allenatori. Arrigo Sacchi, addirittura, è stato inserito di recente da France Football al terzo posto tra i tecnici migliori di sempre. Fatte le dovute proporzioni, un allenatore che ha compiuto una piccola impresa in queste settimane è Mattia Gori, giovanissimo mister che ha condotto l’Alfonsine alla promozione in Serie D, sbaragliando i pronostici di inizio stagione. 28 anni, ravennate doc, ha raggiunto questo traguardo con un gioco divertente che di rado si vede in una categoria “minore” come l’Eccellenza. Se il buongiorno si vede dal mattino…

Gori, avete festeggiato ad Alfonsine?
«Nemmeno tanto, a dir la verità. Per scaramanzia, a parte un po’ di magliette, non era stato preparato praticamente nulla. È stato però bello festeggiare in casa, sul nostro campo, al termine di una vittoria sofferta come quella sul Sant’Agostino».

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Una promozione su cui a inizio stagione non si sperava. Giusto?
«Sì, perché partivamo in seconda, se non addirittura in terza fila, dietro le favorite Castelfranco, Progresso, Marignanese e Castrocaro».

E invece?
«Invece siamo partiti fortissimo, grazie alle qualità di un gruppo eterogeneo ma molto affiatato, dove tutti hanno remato dalla stessa parte. E dire che l’organico era ristretto».

Qual è il segreto del vostro successo?
«Nessun segreto, solo tanto lavoro e armonia nello spogliatoio. In più i giocatori esperti, i vari Riccardo e Federico Innocenti, Salomone, Lusa e Bertoni, hanno trasmesso il loro carattere ai giovani».

Come è allenare tanti giocatori più vecchi di lei?
«Non è semplice, ma tutto è stato reso naturale grazie alla loro disponibilità ad aiutare, ascoltare e adattarsi anche a ruoli non loro».

Alfonsine PromossoA una giornata dal termine del campionato l’Alfonsine può contare sul miglior attacco (58 reti segnate, media 1,75), ma anche una delle peggiori difese (ben 43 subite, media 1,3).
«Siamo scesi sempre in campo con un atteggiamento spregiudicato, con l’intenzione di segnare un gol in più dell’avversario, non di subirne uno in meno. Abbiamo anche perso tante partite, il più delle volte per troppa voglia di vincere. Non avevamo mezze misure ed è per questo che abbiamo pareggiato pochissimo, centrando tra l’altro un record».

Quale?
«Quello di restare in testa alla classifica dalla prima all’ultima partita. Negli ultimi vent’anni non ci sono riuscite nemmeno realtà come Ravenna, Rimini e Imolese».

Nella prossima stagione la vedremo guidare l’Alfonsine in Serie D?
«Al futuro ancora non ci ho pensato. Valuterò quali sono i programmi della società. Questo è un gruppo che ha dei valori e che merita di continuare la sua avventura, ma per il momento preferisco godermi la vittoria. È chiaro che mi piacerebbe fare questa scommessa».

Quando ha deciso di allenare?
«Ho smesso di giocare a calcio a 18 anni, in quanto ero un po’ scarso. Mi sentivo però adatto a fare il tecnico e ho cominciato nel vivaio dell’Azzurra. Poi sono passato agli Allievi dell’Alfonsine, nel settore giovanile del Forlì e infine sono tornato ad Alfonsine, dove guido la prima squadra da due stagioni. In definitiva, sono già dieci anni che faccio quello che io ritengo il mio lavoro».

Come modo di giocare e lavorare, ha qualche modello?
«No, sarebbe folle. Mi piacciono tantissimo Guardiola e Mourinho, quest’ultimo per la personalità, la gestione del gruppo e il suo essere mediatico, ma sono modelli lontani anni luce dalla mia realtà… In piccolo vorrei emulare il mio amico Sabbadini, che a Ravenna da direttore sportivo sta facendo grandissime cose».

Quali sono le sua caratteristiche vincenti?
«Da parte mia ci metto passione, carattere e conoscenze, lavorando a stretto contatto con lo staff. Solo quest’anno, per fare un esempio, ho guardato sul video più di 150 partite di Eccellenza. La cosa più importante, però, è cercare di sfruttare al massimo le caratteristiche dei propri calciatori, anche a discapito dello stile di gioco preferito».

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