Alla riscoperta di Pier Paolo Pasolini e della sua solitudine

Pier Paolo Pasolini«Pasolini non è uno scrittore di cui non si possa fare a meno. Non è Dante, né Cervantes, né Shakespeare, né Dostoevskij. Montale è un poeta migliore di lui, la Morante è un romanziere migliore di lui, Fellini è migliore di lui come regista, ma lui ha fatto tutte queste cose assieme, con mille contraddizioni», così descrive l’opera di Pier Paolo Pasolini uno dei suoi più grandi studiosi, Walter Siti, nel podcast “Perché Pasolini?” (Chora media).

È vero la grandezza di Pasolini sta proprio nell’aver saputo mettere insieme tante cose diverse, è come un artista rinascimentale, che spazia dalla parola all’immagine. I giovani lo conoscono soprattutto per gli scandali, e per il giallo della morte. Da dove iniziare a riscoprirlo? A mio personale giudizio le sue pagine più dirompenti oggi sono quelle dei suoi interventi civili, raccolte in tre libri Il caos, Scritti corsari e Lettere luterane. Contengono i suoi articoli pubblicati sul “Corriere della Sera”, “Il Mondo” e “Paese sera”, in cui decostruisce la società di allora, che per tanti versi ricorda molto da vicino la nostra.

Parla delle borgate, della televisione, che detestava, delle rivolte studentesche in cui, spiazzando tutti, appoggia la polizia, ovvero i ragazzi figli della classe operaria che si ritrovano a prendere le botte per una rivoluzione culturale che non li contempla. Il primo dei suoi interventi ne Il caos inizia così: «Io non sono un qualunquista, e non amo neanche quella che (ipocritamente) si chiama posizione indipendente. Se sono indipendente, lo sono con rabbia, dolore e umiliazione: non aprioristicamente, con la calma dei forti, ma per forza. E se dunque mi preparo a lottare, come posso, e con tutta la mia energia, contro ogni forma di terrore, è, in realtà, perché sono solo. Il mio non è qualunquismo né indipendenza: è solitudine».

Pasolini è sempre stato solo, isolato, incompreso. E questi suoi interventi, lucidi e spiazzanti, regalano sempre qualcosa di nuovo su cui riflettere. Fanno anche pensare con un po’ di nostalgia agli anni in cui c’erano ancora pensatori di quel calibro e con quella indipendenza, a cui i giornali lasciavano spazio, e le cui opinioni creavano dibattitto. Oggi che a suscitare il dibattito sono ormai solo le prese di posizione di influencer o personaggi dello spettacolo, è legittima la nostalgia per quegli anni in cui non si stava certo meglio, ma almeno c’era qualche voce critica che ci spiegava il perché, senza paura di non ricevere abbastanza like.

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