Allora “vinse” D’Annunzio, ma oggi riscopriamo Pascoli e la sua natura

Giovanni Pascoli

Giovanni Pascoli

di Matteo Cavezzali

Consiglio ai giovani che hanno marciato – giustamente – per protestare per il riscaldamento globale accanto a Greta Thunberg di leggere Giovanni Pascoli. Già lo fanno a scuola? Forse sì, ma hanno capito di cosa parla davvero?

Pascoli è un poeta “contadino”, amante della natura che ha nei suo versi uno spirito ecologista ante litteram, lo stesso che era stato di Henry David Thoreau, filosofo poeta e anarchico americano che si era rifugiato nei boschi a metà Ottocento per sfuggire al giogo della società.
Il giovane Pascoli era anarchico e ambientalista, aveva simpatie per Passannante, attentatore del re, e per le sue idee sovversive aveva anche scontato 107 giorni di carcere, anche se poi morirà socialista e nazionalista.
Dedica la sua più importante opera poetica alle tamerici, piccoli arbusti comuni sulle spiagge. Myricae è un termine che viene da Virgilio che nelle Egloga scriveva «Arbusta iuvant, humilesque myricae». Lo stesso Pascoli parlando di questo titolo spiega: «Myricae è la parola che Virgilio usa per indicare i suoi carmi bucolici: poesia che si eleva poca da terra – humilis».

La natura sa essere così: grandiosa, anche quando è poco appariscente. È chiaro con questa dichiarazione che Pascoli si sta posizionando agli antipodi dell’altro grande poeta dell’epoca: Gabriele D’Annunzio che al contrario ha nelle vene il sensazionalismo e l’eccezionalità dell’uomo e del suo ingegno, sopra ogni altra cosa. Il modello di D’Annunzio risulterà quello vincente. L’uomo con la sua tecnologia è il padrone del mondo, a discapito di tutte le forme di vita che uomo non sono.

Oggi che tutti stiamo pagando le conseguenze di questo antropocentrismo spudorato vale la pena tornare sulle pagine del Pascoli con un approccio diverso. Pascoli non è infatti solo il poeta della solitudine e della malinconia, distrutto umanamente dall’omicidio del padre quando aveva soli dieci anni e, in seguito, dalla la morte delle madre e dei fratelli.
Pascoli non è solo il fanciullino e il nido. Pascoli è soprattutto un devoto della natura, e la sua devozione la esprime come può farlo un poeta: con le parole. Parole precise e mai compiaciute.
Nominare esattamente le cose, questa la sua ossessione. Rimproverava i colleghi e i maestri di aver trascurato e maltrattato la natura. Prendeva in giro Carducci per la sua incompetenza floro-faunistica. Nelle osterie raccontava i suoi grossolani errori in San Martino: «La nebbia agli irti colli…». La nebbia quando pioviggina non sale, ma scende! Il mare urla e biancheggia con il Libeccio, non certo con il Maestrale, che al contrario lo accarezza!

Per troppo tempo la natura è stata rappresentata convenzionalmente dai poeti. Gli uccelli sono tutte rondini o usignoli, e i fiori sono mazzolini di rose e viole. Ci è caduto anche il grande Leopardi ne Il sabato del villaggio. Le rose e le viole sbocciano in periodi diversi dell’anno, è impossibile trovare un mazzo di rose e viole!
Pascoli ci dimostra che la natura è meraviglia così come è, e non ha bisogno di essere forzata per rientrare in un ideale poetico, che al contrario la rende goffa e irreale.
Riscopre ginestre, fringuelli, ulivi, crisantemi, cipressi, tamerici, mandorli, meli, erba cornetta, salici, narcisi, melograni, sicomori, edera, ortica, stoppia, rane e raganelle… Basta guardare, e descrivere, le cose come sono, perché sono molto più affascinanti di come possiamo immaginarle noi, che siamo solo piccoli uomini.

Myricae viene data alle stampe nel luglio 1891. La sentenza che in queste liriche Pascoli dà sugli uomini è semplice e lapidaria, potrebbe diventare slogan dei moderni ambientalisti: «Ma gli uomini amarono più le tenebre che la luce, e più il male altrui che il proprio bene».

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