In questa estate calda in Romagna, col mare che pareva una pozza spenta e la sabbia che scottava fin dalla mattina, un animale ha scalzato la mia attenzione dal temibile pavone di Punta Marina. È il polpo che ci ha salvato dal granchio blu, grazie all’esperimento del Dipartimento di Scienze Mediche Veterinarie dell’Università di Bologna che ha introdotto nel nostro Adriatico mezzo milione (una cifra da capogiro) di octopus vulgaris che pare essere uno dei pochi predatori del temibile granchio alieno giunto dall’Atlantico che sta divorando tutte le cozze e le vongole, che spettano a noi. Così, facendo il bagno nei nostri lidi, dove ormai ci sono più polpi che esseri umani, mi sono interessato a questo strano essere vivente che pare un piccolo prodigio della natura, che vive nel nostro pianeta da 300 milioni di anni (mentre noi homo sapiens ci affanniamo da appena 300 mila). È una creatura antica e solitaria, che non ha nulla di noi. Ha la bocca nascosta dove cominciano le gambe, sputa inchiostro denso come quello delle vecchie penne, possiede il becco d’un pappagallo e il veleno dei serpenti. Respira l’acqua profonda. Non ha ossa, ma una carne floscia che s’infila nei buchi piccoli come un’arancia, eppure si allunga come un’automobile e pesa quanto un uomo. Muove la pelle, cambia colore, assaggia il mondo toccandolo. «Animali dalla pelle morbida come cuoio, dura come ferro, fredda come la notte», scriveva Victor Hugo. Ma la cosa che più fa pensare, nell’ombra di quel mare, è che il polpo ragiona. Ha una sua intelligenza difficile da decifrare.
“Avevo spesso avuto l’impressione che il polpo che stavo osservando ricambiasse lo sguardo, con un interesse non meno intenso del mio.” Afferma la naturalista Sy Montgomery che in “L’anima del polpo” (Aboca edizioni), ci racconta dei suoi incontri con diversi esemplari di polpi, dalle personalità molto differenti tra loro. Tra queste Athena, un polpo gigante del Pacifico che volendo può sopraffare senza problemi una persona. Una sola delle ventose di un maschio adulto, dal diametro di più di sette centimetri, può sollevare oltre dieci chili, e un polpo gigante del Pacifico ne ha milleseicento. “Il morso di un polpo può iniettare insieme alla saliva una sostanza neurotossica che ha la capacità di dissolvere la carne”. Fortunatamente Athena si è dimostrata molto amichevole con l’autrice. La Montgomery ci presenta poi altri polpi di cui ha fatto conoscenza: Octavia, che al principio era selvatica e poi s’è fatta capire; della piccola Kali e di Karma, scampata alle fauci di un predatore. Bestie così straordinarie riconoscono i volti degli umani e sanno distinguerli: ne trovano simpatico uno e detestano l’altro, con una memoria infallibile. Osservare un polpo ti fa venire voglia di capire com’è fatto il mondo quando non siamo noi a guardarlo. Dalle vasche fredde del New England fino ai mari della Polinesia, resta addosso l’idea che ci sia un altro modo di stare nel nostro mondo, in cui il mare in cui nuotare è molto più vasto della terra su cui camminare. Un modo di vivere che non capiremo mai del tutto.



