Poesie – in dialetto – da un mondo che non c’è più

Nino PedrettiIn questo mese di quarantena ho sentito troppe persone parlare con sufficienza degli anziani, come se fossero un peso per la società, tutto sommato sacrificabile all’altare dell’economia. Fortunatamente ha prevalso il buon senso e il comportamento di tanti che osservano i divieti ci dimostra che c’è rispetto per questa parte importante di popolazione, la più esposta al virus.

I telegiornali stranieri parlano del nostro paese come quello che, assieme al Giappone, ha la popolazione più anziana del mondo, come se fosse una colpa degli anziani che vivono troppo. Il motivo è la scarsa natalità, ovviamente, ma non entriamo in questa sciocca polemica. I paesi che non rispettano gli anziani, sono quelli che non hanno memoria.

Oggi voglio parlare di un libro di poesie di un autore di quella generazione che ha vissuto sulla sua pelle la Seconda Guerra Mondiale. Nato a Santar­can­gelo nel 1923 e che oggi, se fosse ancora vivo, avrebbe 97 anni. Sto parlando di Nino Pedretti.
La raccolta Al vòusi e altre poesie in dialetto romagnolo fu pubblicata nel 2007 da Einaudi nella prestigiosa collana bianca della poesia, in cui è pubblicato anche l’altro grande poeta e concittadino Raffaello Baldini.

Le poesie di Pedretti sono semplici e intense, ci parlano di un mondo che non c’è più, quello dei nostri nonni, e lo fa con una lingua, il dialetto, che oggi è quasi scomparsa. È una poesia legata al mondo contadino, al modo di fare di una volta, con il suo ritmo lento e un po’ diffidente verso le novità che vogliono cancellare le piccole cose, a discapito delle grandi, o presunte tali.

Diverse poesie parlano proprio dell’anzianità come “E’ vèc”, in cui un anziano dice ai giovani di non chiedergli se ha fatto qualcosa o se è andato da qualche parte, perché lui è da un pezzo che non va da nessuna parte. “Vado avanti pianino”, “mi succhio un’arancia”.
Un’altra, a cui sono affezionato, si intitola “Non lo saprà nessuno” e recita così:

Non lo saprà nessuno
Che abbiamo vissuto,
che abbiamo toccato le strade
coi piedi che andavano allegri,
non lo saprà nessuno.
Che abbiamo visto il mare
dai finestrini dei treni,
che abbiamo respirato
l’aria che si posa
sulle sedie dei bar,
non lo saprà nessuno.
Siamo stati
sulla terrazza della vita
fintanto che sono arrivati gli altri.

 

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