Tre dischi per essere felici – di Massimiliano “Moro” Morini

a cura di Massimiliano “Moro” Morini *

Massimiliano Morini

Massimiliano Morini

Non sono un esperto musicale. Quando leggo recensioni dei miei dischi, lo faccio con vergogna e con il mouse a portata di mano – la metà dei riferimenti musicali che mi attribuiscono non li riconosco, e devo andarmeli a cercare su Wikipedia. Questa mia ignoranza è dovuta in gran parte al fatto che nella vita ho studiato altro, ma anche a una tendenza ad ascoltare solo musica che mi fa stare bene. Closer dei Joy Division? Fondamentale, per carità, ma mi mette tristezza. Il disco della banana dei Velvet Underground l’ho ascoltato, sì, ma per dovere e senza vero entusiasmo: molto meglio Trans­former, con tutti quei coretti.

Non è che io apprezzi solo l’arte allegra: in letteratura la tollero meglio, la tristezza, purché non sia compiaciuta. Ma la musica ha un effetto molto più immediato sul mio umore, e il mio umore tende già di suo al grigiastro. È comprensibile che un capellone mite e positivo si appassioni al death metal o alla new wave cimiteriale. Per un pessimista depresso cronico, invece, ci vogliono accordi maggiori (al più settime minori), armonie vocali perfette e ritmi pop ben oliati.

Ecco quindi il criterio su cui baso la mia selezione di album da proporre ai lettori: la felicità, e in seconda e terza battuta la spensieratezza e la tranquillità. C’è però un sottocriterio, una postilla, che limita di molto le mie possibilità di scelta. Per una qualche deformazione congenita o culturale, non so apprezzare cose allegre che siano sciatte o ruffiane. In italiano, per esempio, una rima fra infiniti o passati remoti mi porta a cestinare immediatamente qualsiasi canzone. Quanto alla costruzione musicale, ogni accesso ai Queen mi è precluso – e non parlatemi nemmeno dei Toto.
Lo so, son problemi miei. Ma ecco qui tre album allegri o rassicuranti, intelligenti o non troppo stupidi. Procedo in ordine discendente di allegria:

  • Paul Weller – Paul Weller (1992) Paul Weller non può sbagliare. Di estrazione operaia ma di gran classe, punk ma anche e soprattutto pop (Jam), new romantic ma con i fiati e le chitarre (Style Council), è come se avesse passato la vita  a rendermi piacevoli stili musicali che altrimenti non avrei apprezzato. Questo è il suo primo disco solista, ed è un album di pop-rock perfetto, trascinante e saltellante. Basterebbe già la prima canzone, “Uh Huh Oh Yeh”: impossibile non agitare gambe e braccia fin dalla rullata di batteria iniziale, difficile non notare che il testo è tutt’altro che banale.

    Weller ha trentaquattro anni, è nel giro musicale importante da almeno sedici, e apre il suo primo disco solista con il distico-scioglilingua autoanalitico “I took a trip down Boundary Lane / Tryin’ to find myself again”. Boundary Lane è una via che esiste veramente, a casa di Paul Weller, ma è anche, ovviamente, metaforica. Quello che canta ti sta dicendo che ha appena passato un confine, ma con allegria, e ballando. Alla faccia del Bildungsroman tedesco dell’Ottocento.
    Ci sono un sacco di canzoni allegre e saltellanti, nel resto del disco. Al primo ascolto si assomigliano, al secondo no. Io ho passato anni a tirarmi giù gli accordi di “Round and Round”, “Above the Clouds”, “Amongst Butterflies”.
  • The The – Dusk (1993) L’anno e l’autore dell’album la dicono lunga sulla mia età e la mia formazione. Matt Johnson è un musicista degli anni Ottanta che negli anni Novanta, smesse le tastiere e reimbracciate le chitarre, fa le sue cose migliori. In più, qui e nel precedente Mind Bomb (che però è un po’ più cupo e apocalittico), c’è quel genio allegro di Johnny Marr che suona chitarre e armoniche. Basterebbe già l’impasto musicale a rendere il tutto memorabile. Invece, Matt è uno degli scrittori di testi più bravi che io abbia mai sentito: e a differenza di altri songwriter, non ti costringe ad ascoltare nove strofe e nove ritornelli sempre uguali per omaggiare la sua grandezza. Queste sono canzoni pop-rock, quasi tutte fra i tre e i quattro minuti, con testi enormi di cui quasi non senti il peso. Arriva “Dogs of Lust” e capisci che anche la masturbazione ha un senso, se sai scrivere.

    Ascolti “Slow Emotion Replay” e ringrazi Dio del fatto che, oltre agli americani, esistono anche gli inglesi: “And we look up to the stars / And we reach up and pray / To a deaf, dumb and blind God who never explains”.
  • Simon & Garfunkel – Sounds of Silence (1966) Un album cumulativo, non certo pensato dall’inizio come unitario – eppure, sarà lo stile folk, sarà l’impasto di voci, sarà che è registrato in tre settimane, ma suona più organico dei loro dischi seguenti. Dopo il predicozzo cupo di “The Sound of Silence” – a cui però tocca voler bene, perché è grazie a questa canzone che esiste il resto – c’è quasi solo gioia. Delle maledette percussioni tropicali ancora non c’è traccia. Le armonizzazioni vocali sono cristalline. Paul Simon è uno scrittore vero prestato alla musica, ma senza la bile gialla e nera di Leonard Cohen. “Leaves That Are Green” potrebbe essere un memento mori folk, se non fosse che l’ha scritta un ragazzotto di ventun anni. “A Most Peculiar Man” riesce a raccontare una storia compiuta in due minuti e mezzo, ed è come una poesia narrativa di Philip Larkin senza la disperazione. “April Come She Will” è la filastrocca più deliziosa che io abbia mai sentito.

    E se la leggerezza delle canzoni ti fa venir dubbi sul livello della scrittura, basta un verso di “I Am a Rock” per fugarli: “On a freshly fallen silent shroud of snow”. Il silenzio della coltre bianca, l’esultanza della neve fresca e insieme un senso sotterraneo di morte, ma senza angoscia. Il tutto cantato sottolineando le allitterazioni con gli accenti melodici, e con ritmica e melodia ascendenti, come a dire che va tutto bene. Va tutto bene. La perfezione.

* Massimiliano Morini, in arte “Moro”, 44 anni da Forlì, ha formato nel 2010 e guida tuttora (chitarra e voce) i Moro & the Silent Revolution. Con il loro folk-rock in inglese sono finiti su radio e palchi italiani e stranieri; i loro cinque album di inediti sono stati recensiti su giornali nazionali e riviste di settore e non: Rumore ha scritto che «uno dei migliori autori di pop inglese in giro si chiama Massimiliano Morini, e viene da Forlì»; il cantautore inglese Tom Robinson ha dichiarato che è ora di «assegnare al Moro un posto onorario nel pantheon degli eccentrici del pop inglese. È chiaramente quella la sua casa».

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