La colonna sonora della mia vita – di Franco Naddei

Franco Naddei

Franco Naddei in marzo è in concerto il 9 al Treesessanta di Gambettola e il 16 a Cesena al Magazzino Parallelo

A cosa serve la musica? Forse non ci è indispensabile per vivere come l’acqua o il pane, eppure ancora oggi l’utilità della musica è ancora intatta. Che sia un sottofondo per fare le pulizie di casa o la colonna sonora per un incontro amoroso. Forse la musica fa schifo, ma accostata ad un determinato evento o sensazione della vita diventa la nostra Colonna Sonora. Credo fermamente che il valore delle canzoni non sia assoluto ma relativo a noi, a come le abbiamo vissute, a cosa ci ricordano.

1980: viaggio in FIAT 126 rossa di mio padre. Io ero dietro nei minuscoli sedili ad ascoltare la cassetta di Computer world dei Kraftwerk. Quel disco lo so a memoria, affascinantissimo da “Numbers” dove ho imparato a contare fino a 4 in 4 lingue, cosa non da poco per un ottenne, in realtà.

1984: The Singles 81-85 Depeche Mode. Mio fratello, più grande di me di 5 anni, continuava a sostenere che i Rocketz fossero la più grande band di elettronica, o space-disco come si chiamava all’epoca, ma io tifavo DM! Dopo anni mi ritrovai a ballare la celebre “Just can’t get enough”, ma quello era affare da intorti primordiali non certo l’afflato di una consapevolezza stilistica che ho poi scoperto nel tempo facendola mia.

1986: Ascoltavo la radio forse 10 ore al giorno. Le radio commerciali erano spietate, come oggi del resto. A un certo punto, tra un brufolo e l’altro, mi apparve “Big mouth strikes again” contenuta in The world won’t listen degli Smiths. Ecco, lì il mio ormone flaccido e pauroso verso il sesso femminile si trovò finalmente rappresentato con quella giusta dose di autocompiacimento e nichilismo che solo Morrissey poteva esprimere. Dischi come l’esordio stesso degli Smiths, ma anche Hatful of hollow e Strangeways, here we come, presero fortunatamente il posto di quelle cassettina da adolescenti dove potevi incappare anche in Baglioni nelle notti di particolare depressione da ragazzo senza ragazze.

Nello stesso anno esce Black celebration dei Depeche Mode, un capolavoro assoluto e il primo vinile comprato coi soldini della mia paghetta. Il singolone “Stripped” me lo ritrovai a Sanremo di quell’anno dove pensavo che il mondo potesse essere un buon posto dove fare musica. Erano anni strani quelli. In quel periodo uscì The colour of Spring dei Talk Talk che usavo sovente per fare la doccia.
Un esempio di mainstream fatto come si deve, senza troppi sconti e con uno sguardo verso il futuro che mi folgorò nei successivi Spirit of Eden e Laughing stock, due dischi che sono ancora oggi una Bibbia per ogni musicista/arrangiatore/produttore. La voce di Hollis era da inseguire durante l’ascolto fino a quando te lo ritrovavi sulla schiena e dentro le orecchie. Anche il disco solista del compianto Mark Hollis del ’98, prima della sua definitiva sparizione dalle scene, è meraviglioso.

Poi arrivarono gli anni ’90 e io non sapevo cosa fare. Ho un buco di dischi inutili che sono stati spazzati via con l’arrivo di Dummy dei Portishead, Io già suonavo e ho rubato dei campioni da quel disco ancora prima di sapere che era esso stesso fatto di campioni. Ma a parte la nota tecnica ringrazio il cielo che sia questo disco che mi accompagnerà per sempre il ricordo di quando il sangue correva veloce.

Da quel momento la musica per me è stato qualcosa di più vicino alla professione e questo mi ha tolto un pò di magia. Nelle nebbie del passato posso dire che col tempo sono poi andato a ritroso riscoprendo i Joy Division che ascoltavo “a forza” quand’ero ragazzo perché per me non suonava bene. Ma ancora oggi se metto su Closer ritrovo quella pulsione confusa di un ragazzo che diventa uomo strappandosi le catene del conforme da dosso. Così come i Velvet Underground del celebre disco con Nico e a seguire tutto il mondo di Lou Reed di Transformer ideale per dare lo straccio in casa!

Diventando sempre più esigente ho trovato rifugio in David Byrne, che dopo la sbornia sudamericana mi regala un Grown backwards denso di generi ma che tocca apici di lirismo e minimalismo da vero stronzo felice di esserlo.
Altri dischi sparsi su cui non mi dilungherò ma che voglio segnalare sono: con Arbeit macht frei degli Area ho imparato ad ascoltare la musica nel suo insieme, qualsiasi essa sia. E poi Mezzanine dei Massive Attack, The downward spiral dei NIN, Tabula Rasa degli Einsturzende Neubauten, ma anche Treue Hund dei nostrani Pankow così come i CCCP di 1964-1985 Affinità-Divergenze Tra Il Compagno Togliatti E Noi – Del Conseguimento Della Maggiore Età e Ko de mondo dei CSI che sono il lotto dei dischi che ascoltavo quando mi giravano un po’ le balle.
Detto questo il consiglio più grande è di fare un pò di attenzione a quello che vi capita di ascoltare nei momenti chiave della vostra vita perché quella canzone vi ricorderà quel momento per sempre.

* Il forlivese Franco Naddei, in arte “Francobeat”, classe 1972, è musicista, compositore, produttore musicale attivo da più di vent’anni. È tecnico e manipolatore del suono e possiede uno degli studi di registrazione più importanti della Romagna (il Cosabeat, a Villafranca di Forlì).

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