L’elettronica gentile di “Wolf” degli Amycanbe

L’aggettivo più utilizzato quando si parla di loro nelle recensioni, difficile non farci caso, è “internazionale”. E in effetti cosa c’è di più distante dalla Romagna di un gruppo che suona (e canta in inglese) un sofisticato pop elettronico ispirato alla scena tedesca di Notwist e Lali Puna che a sua volta non aveva niente a che fare con la Germania e guardava agli Stereolab o comunque ai ritmi del Regno Unito? Una strada, questa, su cui ora gli Amycanbe camminano con passo sicuro, dopo gli esordi un po’ più incerti su quale direzione prendere tra folk, rock, pop e piccole sperimentazioni casalinghe. Wolf – terzo album sulla lunga distanza in dieci anni di attività uscito lo scorso 20 aprile – è il disco finora più maturo della band anche proprio per questa sua raggiunta consapevolezza. Figlio dei suoni appunto di Notwist, Lali Puna o Tarwater, per restare in Germania, e anche chiaramente degli ultimi Radiohead, ma allo stesso tempo sorta di manifesto di un gruppo con una personalità ormai ben definita che ora assomiglia soprattutto a se stesso. Un suono, quello di Wolf, che esalta l’ormai famigliare voce di Francesca Amati, sempre più lontana dalla Cat Power di inizio carriera e più vicina (per sensibilità) a una Beth Gibbons, che anche i Portishead sono evidentemente da inserire tra le ispirazioni del disco. In definitiva un altro piccolo gioiellino per gli amanti di sonorità dolci e malinconiche impreziosite da un tappeto di battiti sintetici e una elettronica gentile che ha i suoi apici in una “Bring back the grace” che poteva stare in uno dei primi dischi degli islandesi Mum, una “Fighting” emozionante con un crescendo quasi orchestrale, il chorus in cui si scioglie “5 is the number” e la più complessa “Febbraio” (tutti pezzi in cui la voce di Francesca cambia pelle, pur restando riconoscibilissima, come forse mai in passato), prima del finale con la bella ballata elettrica di “Queens” e lo strumentale di stampo post-rock di chiusura (piacevole ma forse anche un po’ inutile), in cui l’elettronica evapora in maniera piuttosto naturale.
Il limite dell’album invece è paradossalmente la sua eccessiva eleganza, la sua pulizia, il rischiare a volte l’effetto patinato. In futuro non sarebbe affatto male osservare l’elettronica degli Amycanbe sporcarsi, farsi malata, e sentire magari anche la voce di Francesca andare almeno un po’ fuori controllo.

Gli Amycanbe stanno presentando “Wolf” in un tour che toccherà la Romagna in maggio il 29 al Molo9Cinque di Cesenatico.

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