Il balzo in avanti dei Rigolò

Tornado RigoloSaltando inutili preamboli, deciso balzo in avanti per i Rigolò – band ravennate di pop-folk con un piccolo seguito che va ben oltre i confini provinciali – che con il loro quarto album Tornado (il terzo con una formazione più stabile attorno al fondatore Andrea Carella) confezionano il loro lavoro più compiuto e maturo. Passando così dalla sorta di promettenti bozzetti del passato (e dell’ultimo Gigantic, di ormai tre anni fa), a canzoni più strutturate, con un suono più pieno e ricco (pur restando piuttosto minimale, ma la differenza è evidente se si ascoltano i due album in successione).

Canzoni circolari nel loro modo di alternare parti strumentali, ritornelli e crescendo melodici senza tralasciare la “chiusura” (esemplare l’evocativa “Happyness”) e valorizzate dalla scelta di affiancare più spesso la voce femminile di Jenny Burnazzi a quella di Carella, già di per sé notevolmente cresciuta (e consapevole dei propri mezzi) rispetto al passato, forse anche perché semplicemente meno nascosta. Inevitabili i rimandi a gruppi che hanno puntato tanto sugli impasti tra più voci e su una malinconica lentezza, penso per esempio ai Galaxie 500 e poi di conseguenza ai Luna (la splendida “Mexico” non sfigurerebbe tra i loro pezzi più eterei), per poi proseguire con i riferimenti citando gli Young Marble Giants per lo stile minimale, i primi Belle & Sebastian (nella conclusiva, saltellante, “Bon Voyage”) o perfino echi morriconiani (in “Borders”) e nel cuore dell’album momenti più astratti (la sognante “Two tickets to fly” o l’intro post-rock di “Tempesta”). Senza contare l’inevitabile rimando agli australiani Sodastream (troppo spesso dimenticati), grazie in particolare al sempre presente (ancora un valore aggiunto) violoncello di Burnazzi. A lasciare l’amaro in bocca (ancora una volta) l’esiguità della durata: otto canzoni, trenta minuti, troppo poco per ambire a diventare un disco così importante (restando pur sempre in una nicchia) in ambito nazionale e, perché no, internazionale (a occuparsi del mastering, tra l’altro, è nientemeno che Brian Deck, al lavoro anche con Califone e Modest Mouse) ma comunque un gioiellino da custodire per gli amanti di “piccole” canzoni tra melodia e malinconia cantate in inglese.

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