Moro e la sua irresistibile “rivoluzione”

Un paio d’anni fa mi colpì il fatto che Carlo Bordone ed Eddy Cilìa, due tra i critici musicali più apprezzati in Italia in ambito rock, rispondendo a un’intervista doppia pubblicata su queste pagine citassero entrambi Moro & the Silent Revolution come band italiana più sottovalutata, meritevole di essere scoperta da più persone possibili. Ovviamente non sbagliavano. E con il nuovo disco, High & Slow, non fanno altro che certificare quanto sia assurdo che – a parte ottime recensioni sulle riviste specializzate – non se li fili praticamente nessuno. In Italia, certo. Perché la Bbc li ha già trasmessi e in primavera torneranno a suonare in Inghilterra, dove il loro suono nasce e dove avrebbero fatto impazzire migliaia e migliaia di persone, fossero nati qualche decennio fa. Il forlivese Massimiliano Morini (il “Moro” della ragione sociale, accompagnato dal collaboratore storico Lorenzo Gasperoni, oltre che dal batterista Checco Girotti e ora anche dal cantautore cesenate Enrico Farnedi) è già noto agli addetti ai lavori per essere “il più grande autore italiano di folk-pop inglese” ma a questo giro con la sua rivoluzione silenziosa fa di più, in un album diviso in tre parti: la prima con le irresistibili canzoni folk-pop che ci si poteva aspettare (figlie di Beatles, Kinks, i Wilco acustici, i Go-Betweens, Robyn Hitchcock e gli eccentrici inglesi); una seconda in cui la melodia e la canzone vengono contaminate dall’elettronica senza perdere (anzi forse guadagnando) un grammo di ispirazione, con riferimenti perfino ai Radiohead o, meglio, a Stephin Merritt e ai suoi Magnetic Fields; per poi chiudere il disco con una serie di strumentali “pastorali”, per usare la parola usate dal Bordone di cui sopra, sul Fatto Quotidiano. Un epilogo rilassante, naturale, per un disco che è un piacere ascoltare e riascoltare.

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