Ravenna e dintorni secondo Szalay, finalista al Man Booker Prize

David Szalaydi Matteo Cavezzali

Cosa si scrive oggi della Romagna? Ci sono autori internazionali che hanno parlato di questa terra negli ultimi anni? Sì, uno è il canadese David Szalay, che ora vive a Budapest ed è considerato dalla critica uno dei migliori giovani autori di lingua inglese.
Nel suo ultimo libro Tutto quello che è un uomo (Adelphi, traduzione di Anna Rusconi) parla di otto fasi della vita di otto diversi uomini. Ogni racconto è ambientato in una diversa zona d’Europa.
Nell’episodio finale un inglese, ex-collaboratore di Tony Blair in pensione, decide di passare l’ultimo periodo della sua vita in una tranquilla città italiana: Ravenna. Cerca conforto nella bellezza della località e nei deliziosi ravioli. È un modo per lui per fare i conti con il passato, e con l’età che avanza inesorabile.

Tutto quello che è un uomo è stato nel 2016 finalista al Man Booker Prize, il più prestigioso dei riconoscimenti per un libro in lingua inglese. Questo vuol dire che è un libro che è stato letto in tutto il mondo.
Che idea si sono fatti della Romagna gli intellettuali stranieri? Szalay ha scritto che voleva parlare di una zona bella dell’Italia, ma non la Toscana, che in Usa e in Inghilterra è l’area più popolare, dove molti sognano di trasferirsi una volta andati in pensione.
Così, dopo un viaggio esplorativo lungo lo stivale ha deciso che la sua “terra promessa” sarebbe stata la Romagna. Secondo l’autore canadese la Romagna non è così famosa oltre oceano, ha tutte le caratteristiche giuste per far innamorare uno straniero: paesaggi, mare, storia, arte e cucina. Per lui proprio il fatto di non essere “troppo famosa” rispetto alla Toscana “in cui mezza Hollywood ha ormai una seconda casa”, può avere un fascino in più.

Vediamo quindi come la racconta nelle pagine del suo libro. L’arrivo del protagonista in Romagna non è molto positivo, viene colpito dal cambio del paesaggio. «Mentre si avvicina al mare i campi cedono gradualmente il passo a qualcosa di più sgargiante: l’economia turistica della Riviera. Ci sono cartelli di parchi divertimenti. Di alberghi. Tutto chiuso per la stagione invernale. Tranne le prostitute piantate lungo la SS 309 come d’estate, benché in numero inferiore». Poi giunge a Ravenna, il suo animo travagliato inizia a placarsi: «Via Cavour è un tripudio di decorazioni e gli eleganti negozietti luccicano nella giornata scura», e finalmente trova un ristorante in cui sfuggire alla neve, che nel frattempo ha iniziato a cadere. «Arriva il primo, dei ravioli enormi in una pesante padella di ghisa ancora sfrigolante, che la donna dalla faccia dura appoggia senza una parola su un sottopentola di legno e lascia lì perché si servano».

Sazaly è stato ospite di ScrittuRa festival alla Biblioteca Classense l’anno scorso e in quella occasione rispondendo a una nostra domanda ha spiegato: «Trovo Ravenna un posto molto evocativo. Lì senti veramente l’enormità del passato, da cui deriva una malinconia ben precisa. La sensazione che la storia ci sia passata attraverso e poi abbia proseguito». Fa un certo effetto leggere questo libro che ha avuto un successo internazionale e la cui ultima riga è questa: «L’aria è fredda, gli punge la pelle della faccia. Via Maggiore si sta dissolvendo nel crepuscolo».

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