“Nero d’inferno” di Matteo Cavezzali: urticante, fastidioso, coraggioso, da non perdere

Nero Infernodi Federica Angelini

Forse c’è più di un motivo per cui tutti l’abbiamo dimenticato, quel romagnolo lì, Mario Buda, alias Mike Boda. Fu l’autore, rimasto impunito, della prima strage terroristica negli Usa. Wall Street, 1920: 38 morti, decine di feriti. A esplodere fu un carretto carico di esplosivo. Mai prima nessuno aveva fatto niente di simile. Attentati ce n’erano stati, ma con bombe di dimensioni ridotte e soprattutto mirate a personalità individuate come nemiche dell’Idea. Dove l’Idea è quella anarchica.

A costringerci a ricordarlo è Matteo Cavezzali, ravennate (nostro collaboratore, direttore artistico di “ScrittuRa Festival” e “Il tempo ritrovato”), che per la sua seconda opera di narrativa compie un’operazione per certi versi simile a quella fatta con Icarus, dedicato alla figura di Raul Gardini, ma che rispetto a quel libro rappresenta un salto di qualità. Anche in questo caso infatti un fatto vero viene raccontato e ricostruito sulla base di documenti, anche in questo caso lo vediamo (molto meno) durante parte del suo lavoro di indagine, ma qui la platea dei personaggi si amplia, si complica, si sfuma e il libro diventa (anche) un vero e proprio romanzo storico.

L’epoca è appunto quella dei primi decenni del secolo scorso negli Usa, l’ambiente quello degli immigrati italiani. C’è una fotografia quanto mai efficace delle condizioni di vita e lavoro durissime in cui si trovavano, vittime di pregiudizi e di un razzismo che ricorda orribilmente quello che oggi viene esercitato su chi arriva da fuori in Italia. E qui Cavezzali riesce in un’operazione non semplice, perché il rischio della retorica, del messaggio buonista, è dietro l’angolo. Ma in linea di massima l’autore ravennate riesce soprattutto a infastidirci e addirittura a mostrarci come dietro i pregiudizi si nascondono a volte odiose realtà: davvero se affittavi a un italiano dopo poco nell’appartamento ci abitavano in cinque, davvero mangiavamo cose dagli odori sconosciuti, davvero si lavavano poco, viste le precarie condizioni in cui vivevano, davvero erano rissosi e qualcuno girava pure armato di coltello. Davvero, soprattutto, erano poverissimi. Davvero non si meritavano il trattamento che tanti hanno invece ricevuto. E si finisce anche senza volerlo per sentirsi maltrattati tutti, in quanto italiani, anche senza essere patriottici o salviniani.

Un secolo dopo, appena un secolo dopo, vien da chiedersi se qualcosa non sia rimasto nel sostrato collettivo yankee. Ed è inevitabile chiedersi quanto poco siano cambiate le dinamiche sociali rispetto agli stranieri e ai poveri. Un accostamento inevitabile per il lettore, per quanto mai esplicitato nel libro che ha anche il merito di evitare le didascalie inutili. Ma soprattutto, da italiani, ci si trova a un certo punto a parteggiare per chi cerca di ribellarsi a quel sistema crudele e iniquo che punisce Sacco e Vanzetti contro ogni evidenza giuridica, almeno fino a che non diventano carnefici, come Buda. Quindi Nero d’Inferno è anche un libro politico, anzi, forse soprattutto. Cavezzali riesce nella non facile impresa di tenere la giusta distanza da un protagonista che non diventa un eroe, ma nemmeno un mostro.

Le tante verità possibili del libro, costruito a mosaico facendo parlare voci diverse, non si lasciano rincondurre a una grande verità unica e finale. Chiuso il libro le domande su immigrazione, ricchezza e povertà, battaglia politica, terrorismo e pacifismo sono più di quelle che potevano affollarci la testa prima di iniziarlo. Ogni cliché, da una parte e dall’altra, è ribaltato. E anche quel titolo che può sembrare così “frase fatta” ha invece un suo perché, eccome: è il colore del lucido da scarpe preferito da Michele Buda in versione calzolaio, nella sua Savignano sul Rubicone.

L’unica certezza con cui ci troviamo è la conferma di ciò che avevamo pensato dopo il primo libro: Matteo Cavezzali è davvero uno scrittore di talento e i premi che sta vincendo (ultimo in ordine di apparizione per Icarus è il prestigioso Comisso, insieme peraltro a un altro ravennate, Franco Gabici) sono meritatissimi. Tra i critici c’è chi, come Gian Paolo Serino (tra i primi a capire il potenziale di Stoner, per capirci) lo ha già candidato allo Strega. Ma Cavezzali è giovane, dice che i premi non gli interessano. A noi quello che interessa è che a questo libro ne segua (possibilmente piuttosto presto) un altro, altrettanto fastidioso, urticante, spregiudicato, coraggioso.

DECO – PIADINA LORIANA LEAD HOME E CULT SPETTACOLI 01 01 – 31 12 20