“Rimini” di Tondelli: la prima volta della capitale estiva nella narrativa

Tondelli Riminidi Matteo Cavezzali

Ci sono romanzi e film che riescono a cogliere il significato profondo di un momento storico, a raccontare l’anima di un luogo. Così, come la Roma della nascente vita notturna, disinibita e peccaminosa, aveva avuto bisogno del romagnolo Federico Fellini e del suo La dolce vita per essere raccontata, così la Rimini degli anni ’80, che rapprensentava l’Italia con la voglia di evadere, con i limiti e le contraddizioni, trovò nel reggiano Pier Vittorio Tondelli la sua voce.
Rimini esce nel 1985, Tondelli è già un autore molto conosciuto dopo il successo di Altri libertini, uscito cinque anni prima, quando aveva soli 25 anni. Altri libertini, appena venti giorni dopo la pubblicazione, fu ritirato dalla Procura dell’Aquila che lo sequestrò per “oscenità”. Quel racconto della degradata periferia di Bologna divenne un fenomeno di culto tra i giovani.

Tondelli scrisse Rimini per fugare ogni dubbio sulla qualità della propria scrittura. La trama è presto detta: Il giornalista milanese Marco Bauer viene mandato d’estate a Rimini per curare l’inserto estivo del suo giornale. Bauer, ancora giovane, risoluto e con una storia d’amore da dimenticare, accetta di buon grado. A Rimini lo aspetta una stagione focosa, con intrighi politici, un’attrazione forte per una collaboratrice e l’ostilità di alcuni giornalisti della redazione locale. A metà tra il poliziesco e il romanzo di costume, Rimini è il primo libro che porta nella narrativa la capitale estiva, descrivendola senza falsi pudori e moralismi, in tutta la sua molteplicità di aspetti. Tondelli raccontava la «città che non sa dormire mai», in cui gli italiani cercavano un luogo di evasione e di perdizione, in cui si incontravano persone da tutta Europa.

Nel romanzo si mercolano molte storie: c’è Susy la seducente collaboratrice del giornale, il complicato rapporto tra lo scrittore Bruno May e l’artista Aelred, c’è Beatrix, una signora tedesca alla ricerca della sorella scomparsa, il malinconico sassofonista Alberto, e ancora registi, famiglie in mezzo a un dissesto economico e persino un grande intrigo politico che coinvolge l’assassinio di un senatore. «È dunque questa della riviera adriatica una cosmogonia estiva e ferragostana della libido nazionalpopolare che, a dispetto dei decenni, delle mode e delle recessioni, persiste, più o meno intatta, nel costume e nelle manie della nostra gente, per cui ancora una volta sul fianco destro delle patrie sponde s’inscena la sfilata del desiderio in un missaggio di antiche forme e nuovissime attitudini». Così mentre le radio passano “Un’estate al mare” dei fratelli Righeira, Rimini scala le classifiche vendendo oltre 100 mila copie. La critica lo stronca, come aveva fatto anche con La dolce vita, lo bolla come un “romanzo da spiaggia”.
Ci vorranno anni per far rivalutare quello che oggi è considerato, con pregi e limiti, un classico della letteratura italiana contemporanea.

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