Un sorprendente esordio con il bagnacavallese Anselmo Toschi

Cimatti Elcitodi Federica Angelini

L’autore di questo romanzo d’esordio, L’uomo di Elcito, edito da Meridiano Zero, è il ravennate Maximiliano Cimatti che vive oggi nelle Marche, e il libro racconta di un bagnacavallese che si trova nella Marca all’indomani dell’Unità d’Italia, nel 1866. Ma l’elemento autobiografico, che pure è percepibile in alcune pieghe delle riflessioni del protagonista (si vedano le considerazioni dell’uomo di pianura che non si rassegna al fatto di essere finito in un posto dove il tempo per percorrere la medesima distanza può più che raddoppiare in base a discese e salite), resta in controluce rispetto a una storia invece che ha molto di originale e a un personaggio complesso e sfaccettato.

Anselmo Toschi è infatti un personaggio che emerge in modo vivido e a cui Cimatti riesce a dare profondità e spessore giostrando i punti di vista, alternando abilmente una narrazione in terza persona a missive scritte in prima, il racconto di fatti e azioni a pensieri e riflessioni anche molto personali. E superata la diffidenza iniziale che potrebbe essere suscitata dal­la scarsa credibilità di un linguaggio raffinato e una capacità introspettiva di un uomo nato e cresciuto nella Bassa romagnola a metà Ottocento, seppur nipote di un farmacista, il lettore accetta volentieri questa almeno parziale sospensione di realtà per immedesimarsi in una vicenda che si dipana toccando via via corde sempre più esistenziali. Soldato ligio al proprio dovere, Toschi cerca un senso al suo essere e al suo ruolo aggrappandosi a certezze che virano nel corso del libro verso l’ossessione. Un libro che stratifica più elementi, quello storico ma anche quello politico e quello, appunto, intimo di un uomo e delle sue contraddizioni e dei suoi tormenti.

La trama forse non riesce a mantenere sempre lo stesso ritmo, ma ci regala spaccati di vita quotidiana di un momento che ha tanti richiami a quello attuale: nella Marca sta per arrivare il treno, un futuro più tecnologico che si spera porterà benefici a tanti, ma che nella realtà riguarderà solo chi già viveva in una condizione di vantaggio. Entriamo nei cantieri e nelle baracche, viviamo le dure condizioni di lavoro di quegli operai che si spaccano la schiena per portare il “futuro”.

Il libro spicca soprattutto per la capacità di Cimatti di mettere in scena, intorno a Toschi, una galleria di personaggi maschili veri e veraci, dai destini commoventi, credibili e mai stereotipati. Li vediamo nei boschi, piegati dai dolori, spaventati, felici di andare finalmente al bordello, a sognare vite lontane o vicine. Sono personaggi che come in una sorta di pop-up escono dalla pagina e accompagnano il lettore anche una volta chiuso il libro, insieme naturalmente ad Anselmo Toschi che piano piano finirà per raccontarci uno spaccato anche della famiglia in cui è cresciuto, del conflitto con il padre, del rapporto con la madre, di una dinamica famigliare complessa e che ha lasciato in lui segni profondi. Viviamo attraverso di loro il dramma del colera, che colpì duramente pezzi di Italia in quegli anni, in particolare Ancona.

Un libro molto maschile, dove le donne hanno ruoli inevitabilmente più risicati, e dove è giocato con una certa maestria anche l’ingrediente delle suspense, insieme a quello del segreto, della doppia verità, quella ufficiale e ufficiosa, insieme a un doppio sguardo sul fenomeno del brigantaggio e della ricerca individuale di uno spazio di libertà. Senza mai essere didascalico e senza prosopopea, Cimatti racconta una vicenda dove i confini tra giusto e sbagliato sfumano spesso e che si chiude con un finale non scontato.
E se c’è chi ha visto rimandi a giganti della letteratura americana negli influssi, da Steinbeck a McCarthy anche per il tema della frontiera (perché i monti tra cui Toschi va a caccia di briganti hanno comunque una dimensione “fuori dal mondo”), di certo quello che si può osservare è una grande consapevolezza nel maneggiare le tecniche di scrittura, di un lavoro accurato nelle scelte, di una scrittura controllata e mai di getto che già aveva dimostrato nei primi racconti e che ora si mantiene anche sulla lunga distanza di un romanzo di 250 pagine.

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