Sentire le voci del Poeta morente. “fedeli d’Amore”, l’itinerarium mentis in Dante delle Albe

Albe Fedeli D'Amore

“fedeli d’Amore” (foto Enrico Fedrigoli)

Mentre rifletto su questo Fedeli d’amore, chissà da quale lontano ricordo universitario, mi s’insinua in testa il bellissimo titolo dell’opera di Bonaventura da Bagnoregio: Itinerarium mentis in Deum, ovvero “viaggio della mente verso Dio”. Scritto nel 1259, pochi anni prima della nascita di Dante, questo trattato sembra condensare nelle quattro parole del titolo l’intera esperienza teologica della Commedia. Che cos’è infatti il viaggio poetico di Dante se non un lungo percorso d’innalzamento fino alla visio beatifica? Cosa racconta la Commedia se non la faticosa trascendenza di sé, dalla selva materiale fino all’inesprimibile estasi del Paradiso?
«Per che ‘l mio viso in lei tutto era messo»: arrivato all’ultimo gradino di quella che Bonaventura chiamava la “scala” della ricerca teologica, Dante riconosce in dio sé stesso. È l’estasi compiuta, non dicibile, l’unione fra umano e divino. Il trasumanare, se vogliamo. Ma per arrivare lì, bisogna sporcarsi con la terra e col sangue, bisogna essersi persi.

Mi scuserà il lettore per questa digressione teologica. Mi pareva necessaria, perché il testo di Martinelli, seppure nella sua frammentarietà, sembra ricalcare questo schema, trascinando con sé lo spettatore in un viaggio nella mente di Dante, dal dolore alla liberazione finale.
Lo stratagemma narrativo è semplice, e permette di legare assieme i quadri del testo – non a caso chiamato “polittico”. Ad alcune parti rielaborate ma già sentite (il “diavolo del rabbuffo” era presente nell’Inferno dell’anno scorso, così come alcuni versi del “demone della fossa”), si affiancano parti nuove: sono le visione febbrili di un Dante in fin di vita, stroncato dalla malaria «c’lat smolga la gola».

C’insinuiamo nella stanza del poeta assieme alla nebbia, che parla il romagnolo ferroso della Montanari. È la stessa nebbia che ottenebra il cervello del morente, assediato da visioni e incubi terribili. Tutti parlano a Dante: il demone del Flegetonte, dove bollono i violenti; un asino in croce che “ha portato in groppa il mondo” (forse il momento poetico più alto di questo testo, il cui la lingua di Martinelli riesce a tenere assieme Tonino Guerra e ispirazione dantesca); il diavolo del rabbuffo e l’Italia stessa, impegnata in una tagliente auto-flagellazione. Questo il momento della catabasi.
Quindi la risalita, prima attraverso la voce di Antonia. La figlia del poeta è al capezzale del padre e gli ricorda la sua giovinezza, quando assieme ai compagni stilnovisti cantava l’amore terreno per arrivare a quello divino. (Su tutti segnalo questo verso bellissimo, a metà fra Lucrezio e Cantico dei Cantici: “Non lo vedete Amore | eterna primavera | che spinge i puledri all’abbraccio | che li fa scalpitare sui prati | più forte della morte | più forte di ogni vostra paura | tormento | abisso”).
Infine, in limine mortis, Dante vede lei, Beatrice. Gli appare bambina, come la descrive nella Vita Nuova (tantissimi i rimandi a questo testo). È questo il tramite verso il divino: Martinelli segue ancora una volta la lettura cristologica suggerita da Giuseppe Fornari, che accompagna le Albe fin dalla prima apertura del Cantiere Dante: “riconobbe il suo Signore | il lui si riconobbe”. È il momento dell’estasi, che si scioglie nella luce.

A differenza di altri lavori cuciti su Ermanna (penso soprattutto a Luş e a Maryam, che tuttavia non sono stati scritti da Martinelli) questo testo tende a mostrare un po’ le cuciture che tengono assieme i quadri, quei vivagni necessari per articolari parti nate in momenti diversi. La poetica di Martinelli, sempre ispirata, a volte indulge un po’ troppo nell’anafora: strumento efficacissimo altrove (ricordo le formidabili serie numeriche di Rumore di acque), qui rischia di diventare ripetitivo. La sfilza di “non più”, di “rabbuffa”, di “armaioli”, di “non lo vedete amore?” appesantiscono l’interpretazione di Ermanna.

Interpretazione come sempre ispirata e controllatissima. La Montanari fa quel che vuole con la sua voce: sibila, sbraita, raglia, si fa caverna e finestra, vecchia e ragazza. E questo il pubblico ravennate lo dà ormai per scontato, viziato com’è da queste meraviglie.
Convincono meno, questa volta, le scelte musicali di Ceccarelli, che non sono parse dialogare bene con la tromba di Marzocchi, unico performer sul palco accanto a Ermanna: avrebbe forse giovato dare più spazio al fiato del giovane trombettista invece di soverchiarlo con scoppi tellurici.
Ultimi appunti necessari sulla scena. Le luci disegnate da Isola sono leggere e centellinate, riempiono con eleganza il palco e valorizzano le ombre della Castiglioni: si allude alla selva con semplicità ed efficacia. Sarebbero insomma funzionate benissimo anche senza bisogno di proiezioni video, che in alcuni momenti sembrano meno che necessarie.

Marco e Ermanna hanno guadato il ponte: attendiamo con curiosità la continuazione del viaggio verso il Purgatorio.

 

Fedeli d’amore

di Marco Martinelli

ideazione e regia Marco Martinelli e Ermanna Montanari

in scena Ermanna Montanari

musica Luigi Ceccarelli

tromba Simone Marzocchi

regia del suono Marco Olivieri

spazio e costumi Ermanna Montanarie Anusc Castiglioni

ombre Anusc Castiglioni

disegno luci Enrico Isola

tecnico luci e video Fagio

tecnico ombre Alessandro Pippo Bonoli

assistente luci Luca Pagliano

setar persiano in audio Darioush Madani

realizzazione musiche Edisonstudio, Roma

consulenza musicale Francesco Altilio, Giulio Cintoni, Cristian Maddalena, Mirjana Nardelli, Fabrizio Nastari, Giovanni Tancredi, Andrea Veneri

consulenza iconografica Alessandro Volpe

sartoria Laura Graziani Alta Moda

grafica e serigrafia su tessuto La Stamperia laboratorio artistico di Andrea Mosconi

elementi di scena realizzati dalla squadra tecnica del Teatro delle Albe: Alessandro Pippo Bonoli, Fabio Ceroni, Luca Fagioli, Enrico Isola, Dennis Masotti, Danilo Maniscalco, Luca Pagliano

organizzazione e promozione Silvia Pagliano, Francesca Venturi

ufficio stampa Rosalba Ruggeri

produzione Teatro delle Albe/Ravenna Teatro, in collaborazione con Fondazione Campania dei Festival – Napoli Teatro Festival Italia 2018 e Teatro Alighieri di Ravenna

Visto al teatro Rasi il 4 dicembre 2018

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