Dai vampiri agli zombie: il nuovo Vergnani

«Il male è istintivo, il bene richiede una disciplina ferrea che pochissimi sono in grado di applicare e sostenere, se non sono stati incoraggiati, indirizzati e sorretti dalle solide fondamenta di una limpida educazione». Questa è la chiave di volta dell’ultimo romanzo di Claudio Vergnani, I vivi i morti e gli altri (Gargoyle, marzo 2013), nuova incursione in un tema classico dell’horror dopo la trilogia sui vampiri (Il 18° vampiro, Il 36° giusto e L’ora più buia), gli zombi. Ancora una volta la variazione sul tema tocca punte di qualità notevoli, che ricordano un maestro della letteratura fantastica, Richard Matheson e il suo Io sono leggenda (non il film, con Will Smith, please). Lo scrittore modenese, segue l’odissea (o la discesa agli inferi) dell’ex militare di professione Oprandi, assoldato per recuperare un vecchio nobile diventato zombie, per restituirlo alla figlia che gli vuol dare «degna sepoltura» in Svizzera. Già, perché il mondo è impazzito: i morti “ritornano”, ma non seducenti come i fascinosi eroi di Twilight o i revenant di Anne Rice. No, no: sono davvero terrificanti, cadono a pezzi ma continuano a cercare vittime; imputridiscono ma non si fermano. Insomma, il contrario de Le intermittenze della morte di Saramago, dove la signora con la falce improvvisamente, quasi per capriccio, smette di recidere vite (con conseguenze disastrose: ha senso parlare di immortalità dell’anima se… non si muore più?).
È naturalmente una spirale senza fine, perché gli zombi uccidono e generano altri morti viventi. Anzi, anche chi è già nella tomba esce; e ha fame. Commenta Oprandi: «Che altro era l’avvento degli zombi se non il Giorno del Giudizio? E la sentenza era lì, sotto gli occhi di tutti». Alla faccia della «resurrezione della carne». Da brividi, giusto? No, sbagliato, i brividi non arrivano da quella parte, perché pagina dopo pagina diventa chiaro cosa voglia dire Vergnani quando sostiene che il male si scatena “spontaneamente”. Il suo riferimento è ai “vivi” che compiono incredibili nefandezze una volta staccati i freni inibitori. E il lettore può scoprire, passo passo, chi siano “gli altri” del titolo. Perché in realtà qualcosa batte ancora nel petto dei presunti mostri. Una storia di grande intensità che, a differenza di altri contenitori di splatter e frattaglie, fa paura perché porta a pensare alla realtà, non ad “anestetizzarla”. Perché parla di sentimenti e di impulsi primari, senza dimenticare i ritmi della letteratura popolare, utilizzando anche la cifra dell’ironia. Dove sono rispettate alla perfezione le regole dell’action thriller e dove si può “percepire” davvero il rumore che fa uno stivale quando viene risucchiato dal fango. Il tutto con una struttura narrativa lucida e limpida, che crea empatia. Così alla fine si spera che Oprandi possa tornare fra i vivi. E in un altro romanzo.

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