Le lettere cattive: soavi colpi di scena

In un’epoca di Sms, WhatsApp e altri metodi di contatto ad alto tasso virtuale, la lettera sembra un reperto archeologico. La lettera vera, quella scritta su carta, naturalmente. Forse si potrebbe comprendere nella categoria la versione elettronica che, nel contesto di queste righe, ha però un “difetto” rispetto a quella storica: consente una risposta praticamente immediata. «La lettera era il colpo di scena per eccellenza. L’imprevisto che ci potevamo permettere», spiega infatti Cristiano Cover Governa 2014:Layout 1Governa, giornalista e scrittore, che ha mandato in libreria (finalmente) un nuovo lavoro: Le lettere cattive. Una Twin Peaks epistolare (Pendragon, 12,50 euro). L’autore aggiunge: «La missiva era l’unica forma di confessione che ci consentiva di non esser lì, davanti al destinatario; un modo disonesto per fare la cosa più onesta». Ed ecco i suoi tredici racconti, che fotografano difetti, vizi e dolori di oggi, nella propria devastante normalità, raccontati con una scrittura asciutta e quasi soave. Cristiano Governa è bolognese doc e come molti autori di quella città conserva un piglio un po’ guascone, che non diventa però mai insolente. Per questo riesce a far nascere il sorriso anche raccontando situazioni delicatissime; e per questa ragione le lettere possono essere definite “cattive”: non per la volontà di ferire, ma per la capacità di portare allo scoperto cosa sia il dolore, in tutte le proprie sfumature. E così facendo sa commuovere.  Perché si tratta, sempre, di storie d’amore. Non passioni, ma sentimenti talmente profondi da essere inattaccabili dal tempo o dalle bufere. Così è per Amedeo e il gabardine della donna che arriva sul tavolo dell’obitorio; per i due anziani che fanno l’amore in una piccola auto, di mattina, in centro a Bologna; per la fotografa e per l’atleta che ama nuotare di notte; per gli omicidi che portano alla salvezza. Ogni lettera/racconto è un colpo di scena, che porta un colpo al cuore e fa pensare che, sì, i libri ben scritti aiutano a vivere meglio. Anche grazie a frasi che slittano nell’ossimoro come questa: “Bologna è un posto cattivo amore mio, ecco perché tutti vengono qua”. Centrato e giusto il richiamo al serial tivù degli anni Novanta: “Le lettere cattive” mostrano infatti declinazioni della morale e di una società con la giusta dose di surrealismo. Incredibile, infine, la “play list da funerale dell’ultima lettera, che arriva esattamente “Per poter riderci sopra, per continuare a sperare”, appunto da “L’anno che verrà” di Lucio Dalla, epigrafe perfetta per questo piccolo, grande libro.

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