Silvia Di Giacomo, una penna noir sensibile agli “young adult”

Amico Virtuale Di GiacomoNon è facile raccontare storie di adolescenti, avendo davanti come “lettore ideale” una ragazza o un ragazzo che sta attraversando quella fase della vita. D’altra parte quello di oggi è un mondo in cui tanti (troppi?) adulti vivono come adolescenti; e altrettanti ragazzini si atteggiano o vivono esperienze del tutto “da adulti”. Nel bene, per necessità; ma anche nel male. Il marketing editoriale aveva inventato il filone “young adult”, con testi che raccontavano i problemi dei giovani di fronte ai “riti di passaggio” a colpi di metafore e amplificazioni, scegliendo la struttura narrativa del fantasy. In alcuni casi con risultati di qualità. Molto spesso con banalità senza fine.

Il panorama oggi ha anche altri profili e le fragilità dell’adolescenza sono proposte con storie più realistiche, che affrontano temi difficili ma urgenti: bullismo e razzismo, la discriminazione di fronte a omosessualità e disabilità; l’uso di sostanze che mettono a rischio la salute. Il tutto usando una scrittura, come dire, impegnata, che non dimentica però il ruolo di intrattenimento che un romanzo deve avere.

Silvia Di Giacomo, con L’amico virtuale (Lisciani Libri, collana “I romanzi della Black List”; illustrazioni di Cristiano Catalini), ha scelto questa strada, dimostrando di saper gestire alla perfezione i meccanismi del noir; parla agli adolescenti senza scimmiottare linguaggi e atteggiamenti; e alterna tensione, azione e pensieri “giovani” con bravura.
La protagonista Martina racconta in prima persona le ansie di un gruppo di amici che vive in un quartiere periferico degradato. All’improvviso Maya, la bella della compagnia, sparisce; e si scopre come altre ragazzine siano scomparse prima di lei. Insieme a Tommy e Andrei, Martina inizia a cercare l’amica scomparsa: sono certi che sia stata rapita. Inaspettatamente vengono aiutati da un amico virtuale, che fa avere loro, di nascosto, un telefonino con il quale comunicare.

Silvia Di Giacomo dipana un’indagine che può richiamare i grandi dell’horror, senza mai slittare in effetti splatter; e spiega le “radici del male” dando voce al sequestratore in pagine che rivelano un’ottima conoscenza del mondo dei sentimenti e delle paure. Fino al doppio finale, che non si limita a chiudere la traccia “nera”, ma aggiunge un’altra dichiarazione di speranza nei confronti dei giovani.
Altri temi, ma analoga sensibilità Silvia Di Giacomo li aveva mostrati nel romanzo Lo stato di Dio (Foschi, 2017), distopia di grande intensità sul crollo dell’Italia repubblicana.

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