L’immensa potenza della letteratura di Maylis de Kerangal

Riparare I Viventi De KerangalIn un’edizione particolarmente ricca, “ScrittuRa Festival” ha tra i tanti meriti anche quello di portare a Ravenna, lunedì 14 maggio (alle 18) al teatro Rasi, Maylis de Kerangal, francesce, classe 1967, autrice di uno dei capolavori degli ultimi dieci anni, se non venti: Riparare i viventi. Tradotto da Maria Baiocchi con Alessia Piovanello ed edito da Feltrinelli, non è certo una lettura facilmente consigliabile.

Il tema è il più doloroso che si possa immaginare: un giovane surfista diciannovenne muore in un incidente d’auto. I genitori sono chiamati dall’ospedale a dare o meno la disponibilità al prelievo di organi. E come non accade mai nella vita anche di chi ha vissuto questa esperienza, noi oltre a conoscere il donatore, conosceremo anche il ricevente, la sua storia, la sua malattia, le sue aspettative. Così come a quel punto avremo conosciuto il giovane Simon attraverso parole, gesti, ricordi dei suoi cari. E così come intanto avremo imparato a conoscere almeno un po’ i suoi genitori, la sorellina, la fidanzata. Ma in questo romanzo perfettamente orchestrato, l’autrice ci fa entrare in confidenza anche con i medici e gli infermieri che lavorano in quel limbo tra la vita e la morte.

Con una prosa stratificata eppure fluida, dalla sintassi articolata, De Kerangal passa dalla poesia leggera del canto di un cardellino alla fisiologia del clampaggio, dalla straordinarietà di un cuore trapiantato alla normalità di una partita di calcio. E lo fa per dare spessore, tridimensionalità, corpo e concretezza a un flusso di pensieri e riflessioni esistenziali che non possono che accompagnare questo momento liminale dove viene ridefinito il concetto stesso di vita e di morte. I due piani, fisico e immateriale, si intrecciano e si modificano a vicenda, la brutalità del sangue obbliga a riflessioni da cui altrimenti, quotidianmente, preferiamo rifuggire; la necessità rituale, quell’elemento spirituale che distingue l’uomo dall’animale, produce tempi di attesa, momenti in cui un gesto simbolico si impone come più urgente di qualsiasi altro, anche in una sala operatoria.

Un’umanità immensa trasuda da questo libro dove disperazione e speranza sono intrecciati, dove non compare un dio salvifico a fornire spiegazioni, dove gli uomini sono lasciati soli nella loro imperfezione e nel loro genio, in un incastro di meccanismi in un sistema quanto mai complesso che de Kerangal riesce a guardare scegliendo di volta in volta una distanza diversa di osservazione.
Difficile consigliarlo perché l’esperienza della lettura si fa a tratti insopportabilmente dolorosa, ma resta un libro imperdibile.
E resta anche uno di quei libri che non sembrano scritti per il cinema (anche se un film ne è stato tratto), anzi sembra un’opera, in generale, che non potrebbe essere fatta altro che di parole e ci ricorda l’immensa potenzialità della letteratura.
Maylis de Kerangal, benvenuta a Ravenna.

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