Il ritorno di Olive Kitteridge, da non perdere

Olive StroutChi aveva amato il primo, non potrà fare a meno del secondo. Chi ancora non avesse fatto conoscenza con Olive Kitteridge, ha ora un’altra ottima ragione per rimediare.
Il personaggio della grandissima Elizabeth Strout torna infatti in questo Olive, again (in italiano Olive, ancora lei, pubblicato da Einaudi e tradotto dall’ottima Susanna Basso che segue il primo Olive Kitteridge uscito invece per Fazi e tradotto da Silvia Castoldi, premio Pulitzer nel 2009) nella sua complessità.

Ostica, ruvida, a tratti addirittura sgradevole, anticonformista eppure immersa fino al midollo nella vita di provincia di Crosby, fittizia cittadina del Maine dove l’avevamo conosciuta e da cui non si è mossa. Certo, è invecchiata. L’ex docente di matematica infatti ci accompagna lungo una serie di racconti dove a più riprese si fanno bilanci, riflessioni, si affrontano gli argomenti della perdita, della malattia, fino al grande tema della demenza senile. Ma c’è anche, nel libro, l’idea di una vita che va avanti e che può riservare sorprese, come un matrimonio con un ex professore di Harvard.

Non a caso, nel primo racconto della serie Olive si troverà addirittura nell’insolita parte della levatrice e in un altro, magnifico, frangente ci farà scoprire la bellezza della luce di febbraio. Rapporti difficili con il figlio, una memoria ingombrante del marito morto, Olive torna in tutta la sua imperfezione, nelle sue mancanze e nei suoi slanci, nei suoi gesti di totale empatia verso gli estranei e nella sua incapacità di capire la nuora.

A volte protagonista, a volte comprimaria, a tratti evanescente comparsa, la donna attraversa una raccolta di racconti costruita magistralmente dalla Strout per restituirci una letteratura fatta di nulla, se non della vita quotidiana di una piccola comunità attraversata, come ogni altra, da amori, malattie, nascite, discriminazioni, piccole avventure. Incontri al supermercato, per strada, al bar. Una letteratura che scava oltre le facciate, che affonda nell’animo di personaggi che prendono corpo in un frangente della propria vita, lo spazio di un racconto, e che però hanno lo spessore del protagonista di un libro da mille pagine.

Non c’è l’affondo che la Strout ci ha regalato con la sua Lucy Burton, ma un affresco a più voci con una figura straordinaria come la burbera e acuta Olive Kitteridge che è perno di questo secondo “romanzo in racconti”, capace di commuoverci, coinvolgerci ma anche – e forse per questo è impossibile, in fondo, non amarla – di strapparci più di un sorriso senza mai scadere nel cinismo.

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