I libri del decennio, da “Limonov” alla trilogia di Kent Haruf

Il gioco è quello di elencare i dieci libri che al momento mi paiono i più memorabili che mi sia capitato di leggere in questo decennio. Considerate che in media escono 70mila titoli all’anno in Italia, trend in crescita. Quindi fate un rapido calcolo di quanto tutto questo possa avere anche un vago, minimo senso, chiunque sia a stilare la classifica. Tanto più se si tratta di una persona da sola che in media ne ha letti poco più di una cinquantina l’anno, restando colpevolmente in quel pezzo di mondo che include soprattutto Europa e Stati Uniti…

Ma se c’è una cosa che un lettore forte di narrativa ama fare quasi qunto leggere, è scrivere o leggere di libri di narrativa. E quindi ecco qua.

Per la categoria “Grande conferme” si potrebbe partire da Emmanuel Carrère e il suo magnifico Limonov (Adelphi, traduzione di Francesco Bergamasco), storia che ancora una volta mette insieme fiction e biografia per uno spaccato storico e umano insieme che ha segnato l’intero decennio (il libro è uscito in Italia nel 2011). Una storia estrema in una Russia in transizione, una vita estrema e fuori dagli schemi che ci costringe a misurarsi con l’idea di limite.

Per la categoria “Grandi rivelazioni mondiali” c’è sicuramente Jennifer Egan con Il tempo è un bastardo (Minimum Fax, traduzione di Matteo Colombo che in questo decennio ha ritradotto anche Il giovane Holden) uscito nel 2011 in Italia, romanzo fatto di incroci di personaggi, situazioni, musica, attraverso vite che vediamo dipanarsi e prendere l’una o l’altra strada, ritornare, intrecciarsi, perdersi. Magnifico. Immerso nell’America del secondo Novecento, una rivisitazione dell’idea di successo, fallimento, senso stesso della vita.

Dalla Francia arriva invece Annie Ernaux, uno dei più fulgidi esempi di quell’autofiction che ha attraversato il decennio, scrittura scarna, quasi documentaristica per il suo Gli anni che ci raccontano in realtà l’epoca di un intero paese, la Francia, attraverso il secondo Novecento e la vita di una donna che dalla provincia si emancipa da una situazione dolorosa e arcaica, un’evoluzione del pensiero, del costume, dell’etica che ci riguarda tutti. La scrittura rende questa autrice imprescindibile in Italia grazie anche al traduttore ed editore Lorenzo Flabbi de L’Orma.

Per l’Italia, la mia personale gratitudine per un romanzo che ho amato in ogni singola pagina e in un crescendo senza momenti di stanchezza va invece a Rosella Postorino e il suo Le assaggiatrici (Feltrinelli, premio Campiello 2018). Nel contesto della Germania di Hitler, un romanzo che pone dilemmi stratificati e complessi tra colpa e salvezza, sacrificio e riscatto, senza offrire scorciatoie. Sorprendente.

Per la categori “Capolavoro indiscusso”: Patria di Fernando Aramburu (Guanda, Bruno Arpaia). In un solo libro la dolorosa storia dell’Eta e della Spagna del novecento, ironia, sentimento, tragedia, comicità in personaggi sfaccettati e ricchissimi di un’umanità profondità e unicità. Un libro originale, nuovo e classico allo stesso tempo.

Per la categoria “Libri arrivati con ritardo ma per fortuna arrivati e scoperti (o riscoperti) in Italia” il premio va ex aequo a Stoner di John Williams (Fazi, traduzione di Stefano Tummolini, 2012) e alla trilogia di Kent Haruf (dal 2015 per NN, traduzione di Fabio Cremonesi). Bravi i traduttori, bravi gli editori, bravi per una volta i recensori: due meritati successi che raccontano l’America minore, se così si può dire. La vita di un professore universitario Williams, la vita di un’intera comunità delle grandi pianure Haruf. Entrambi pietre miliari.

Per la sezione “Capacità di raccontare il presente e il mondo che cambia” svetta sicuramente l’americano Ben Lerner con il suo Nel mondo a venire (Sellerio, traduzione di Martina Testa) uscito nel 2014. Sfide nuove su grandi temi come la vita, la morte, l’arte, la cultura, la maternità, l’amicizia in una New York che sembra ancora il centro del mondo, anche se non lo è forse più.

Per la sezione ragazzi: in questo decennio è esploso il talento di Davide Morosinotto con il suo Il rinomato catalogo di Walker e Dawn, seguito da altri libri di avventura, amicizia, coraggio, storia, viaggio che guardano il mondo, che raccontano mondi lontani con coraggio, senza temere complicazioni. Bravissimo.

Infine, impossibile non citare una rivelazione locale che è subito diventata nazionale: Matteo Cavezzali, ravennate e collega che prima con Icarus e la storia di Raul Gardini e poi, quest’anno, con la vicenda di Mario Buda in Nero d’Inferno ha rivelato un talento da scrittore capace di manipolare una materia grezza tratta dal reale per renderne complessità e sfaccettature senza tradire la storia, ma usando gli strumenti della narrazione e dell’invenzione.

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