Un Beethoven immortale interpretato da Muti nel Concerto dell’Amicizia 2019

Muti Concerto Amicizia 2019Europa è l’unica parola che da sola riesce a sintetizzare ciò che è stato l’appuntamento di Ravenna Festival dell’11 luglio. Oltre la facile retorica di cui si è ampiamente abusato in questa occasione, è la lettura dell’evento che richiama all’identità più profonda della cultura europea che trascende il confine geografico per diventare una continua evoluzione del pensiero originario.

Sin dal 1997 “Le vie dell’Amicizia,” appuntamento in seno al Festival, vogliono essere un momento per legare più popoli, e quest’anno il ponte è stato creato tra due delle Nazioni che sono ancora oggi il forziere del patrimonio culturale non solo europeo, bensì mondiale: l’Italia e la Grecia. L’unione di queste due realtà dall’imponente storia è, certo, in continuità con l’opera che portò alla creazione dell’Impero Romano, primo tentativo di unificazione di una moltitudine di popoli sotto una guida universale, tuttavia la scelta del repertorio eseguito trascende questa eredità per mezzo di un compositore, Beethoven, capace di concertare il pensiero musicale dalla Scania alla Sicilia, dall’Estremadura al Nižnij Novgorod: se poi fosse rimasta quale sacca d’incertezza, il brano eseguito, la Sinfonia n.9 op.125, è certamente la sintesi di questa grande tradizione.

Per l’occasione sul palco del Palazzo Mauro de André non vi era un’orchestra, bensì sette: l’Orchestra Giovanile Luigi Cherubini, l’Athens State Orchestra, la Thessaloniki State Symphony Orchestra, la Greek Youth Symphony Orchestra, la City of Athens Symphony Orchestra, la City of Athens Philharmonic e la ERT National Symphony Orchestra che ha portato in dote anche il proprio coro, unitosi per l’occasione al Choir of the Municipality of Athens e al Coro Costanzo Porta.

Questo genere di mescolanza può creare difetti di poca omogeneità di suono con archi spesso abituati a differenti modi di archeggio e i fiati alla ricerca di un’identità articolatoria univoca: ciò, quasi incredibilmente viste le masse in gioco, non è stato, tanto che proprio i potenziali difetti esecutivi si sono dimostrati degli interessanti punti di forza di questa compagine-leviatano.
L’unione dei cori, poi, poteva addirittura essere disastrosa, ma la compattezza e l’uniformità di pronuncia sono state determinanti per creare un suono unitario e puntuale: sicuramente il merito di questo traguardo è da attribuirsi ai maestri dei cori, Stavros Beris e Antonio Greco.

Sopra, anzi, davanti a tutti c’era, però, lui: il maestro Riccardo Muti. L’interessante lettura della pagina beethoveniana più conosciuta e abusata, consegna al pubblico ravennate (tra il quale sedeva anche la seconda carica dello Stato Italiano, la presidente del Senato Maria Elisabetta Alberti Casellati) un Beethoven i cui significati, dilatati con sapienza nel tempo, acquistano erculea forza stampandosi nel marmo immortale e guadagnandone carica drammatica.

Necessario come l’acqua nel deserto è stato il lirismo dell’Adagio molto e cantabile che si riveste di significati particolari grazie alla tendenza melodica vicina all’esperienza dell’opera italiana, dopo la forza prorompente dei precedenti movimenti i quali, specialmente il secondo, dimostrano quanto Beethoven fosse senza dubbio alcuno maestro e padrone del ritmo, contrariamente a quanto qualcuno si ostini ad affermare.

L’ultimo tempo è l’apoteosi. Solo l’idea d’introdurre in una struttura prettamente strumentale non solo una voce, ma un coro con in più quattro solisti (funzionali alla buona realizzazione della partitura beethoveniana Maria Mudryak, Anastasia Boldyreva, Luciano Ganci e Evgeny Stavinsky) fu davvero rivoluzionario e di quel cambiamento culturale si è partecipi ogni volta che questa sinfonia è eseguita.

Al termine, il direttore ha parlato, come di consueto, tentando di sensibilizzare la politica alla cultura. vox clamantis in deserto.

In fondo, qualche considerazione, in primis sul luogo. Che il Pala de André sia inadeguato, ormai è un dato di fatto sdoganato da tempo e ampiamente accettato. La conferma si è avuta anche questa volta “grazie” a un suono perfetto, pulito, quasi da ascolto in cuffia: bidimensionale e totalmente spaziale, questo era figlio delle decine di microfoni sparsi sul palco come il cacio sui maccheroni. Sia chiaro, la musica “classica” dal vivo non ha mai avuto bisogno dell’amplificazione, se ciò accade è per circostanze che rendono fallace la fruizione di quest’arte.

La nota più bella di tutto il concerto, però, si è avuta all’inizio. Dopo il consueto Canto degli Italiani, Francesco Manara, primo violino solista del Teatro alla Scala e per l’occasione maestro di concerto, ha ceduto, per l’Inno alla Libertà, la sedia più importante di tutta l’orchestra al compagno di leggio, Apollon Grammatikopoulos, violinista dell’Athens State Orchestra.
Piccoli ponti che rendono più vicini i singoli esseri umani.

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