Acoltare oggi Uto Ughi è come andare all’acropoli ateniese…

Uto Ughi

Uto Ughi, mostro sacro del violino, non proprio in forma smagliante

Uno dei temi più caldi che popolano le stagioni operistiche e concertistiche è quello che riguarda la capacità dei grandi artisti di cogliere il momento opportuno per congedarsi dal pubblico. Non è scontato che una celebrità del palcoscenico si ritiri prima del declino: ci sono stati nel corso degli anni numerosissimi esempi cui va aggiunto ultimamente un monumento come Uto Ughi. Il concerto andato in scena sul palco del teatro Masini di Faenza, in occasione dell’inaugurazione dell’Emilia Romagna Festival & Teatro Masini Musica 2018/2019 è stato il paradigma perfetto di questa difficoltà.

La serata faentina del 12 ottobre si è aperta con un teatro gremito in ogni ordine, dalla pienissima platea fino al loggione: tutti i presenti avevano il solo intento di ascoltare uno dei più importanti violinisti del Novecento italiano.
La Ciaccona di Vitali apre il programma, tuttavia alla fine del brano il Maestro confessa la sostituzione dello stesso con il Preludio e Allegro di Kreisler. A seguire, la Sonata op. 24 di Beethoven per pianoforte e violino.
Questa prima parte aveva già dato grandi indicazioni: l’indizio principale era il pianoforte, aperto quasi impercettibilmente, quasi a nascondere le sonorità tastieristiche per far emergere il timbro del violino.
Il secondo tempo si apre all’insegna della valorizzazione del musicista lombardo grazie anche a un secondo cambio di programma che vede in apertura la Romanza op. 50 di Beethoven (brano per violino e orchestra che mal si inserisce in un recital cameristico) e, a seguire, l’Introdution et Rondò capriccioso op. 28 di Saint-Saëns e la Polonaise di Wieniawski prima della chiusura con la celebre Campanella di Paganini (altro brano per violino e orchestra). Come bis la trascrizione dell’Humoresque op. 101 n. 7 di Dvořák chiude il cerchio di un programma mal congegnato.

Il pianista, Andrea Bacchetti, non riesce ad avere alcuno spazio per mostrare le proprie qualità tanto che è costretto ad assecondare le volontà estemporanee che il maestro Ughi gli urla contro (sic!) durante l’esecuzione.

Andare a sentire un mostro sacro come Ughi oggi è come andare a vedere l’acropoli ateniese e credere di vederla come nel IV secolo a.C.; rimangono solo le vestigia della grandezza che fu, sopra tutto colpisce un’intonazione precaria, tuttavia la bellezza dell’arco riporta agli antichi fasti.

Nota a margine: il pubblico è stato particolarmente indisciplinato, applaudendo nei momenti meno opportuni, scartando caramelle come al multisala e tossendo senza ritegno dal primo all’ultimo brano.

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