Chissà se il regista dell’opera era ammesso alla mensa principesca…

Aida Zeffirelli

“Aida” di Giuseppe Verdi nell’allestimento di Franco Zeffirelli

Dall’Aida di Zeffirelli all’Attila di Livermore e oltre: sarà capitato a molti di andare a teatro a vedere l’opera proprio per godere di una regìa particolare.
Sin dalla sua nascita agli albori del Seicento, il teatro d’opera si è nutrito per secoli di elaborate macchine sceniche e grandi movimenti degli attori dettati dall’esigenza di rendere innovativo lo spettacolo. Si pensi, per esempio, a un teatro di corte e alle prime rappresentazioni che in esso prendevano vita: la mente va subito a Esterháza, palazzo dei principi Esterházy, e alle meravigliose opere che quel tempio ha visto nascere.
Non è dato sapere con quanta perizia il regista si adoperasse per la messa in scena dei drammi in musica, ma sarebbe interessante sapere se egli era ammesso o meno alla mensa principesca, onore non concesso ai musicisti obbligati, invece, a mangiare con la servitù.

Procedendo verso l’attualità si arriva all’Ottocento, il momento in cui l’opera lirica si erge a vera bandiera dell’Italia. I teatri diventano ricettacoli per tutta la popolazione che accorre, come nei moderni cinema multisala, per vedere le prodezze dei registi e delle macchine che questi avranno inventato per l’ennesima rappresentazione di un’opera nella quale la solita eroina muore male lasciando il bolso eroe a piangere il destino beffardo.

Si scherza, si esagera, è evidente. L’opera nasce nel Seicento anche per dare un senso scenico a delle storie articolate. Cresce grazie a compositori come Claudio Monteverdi, Antonio Vivaldi, Franz Joseph Haydn, Wolfgang Amadeus Mozart, Gaetano Donizetti, Vincenzo Bellini, Gioacchino Rossini, Giuseppe Verdi, Richard Wagner e tutti gli altri grandi operisti che non si possono scrivere in queste poche righe.
Assurge a italica bandiera grazie alle prodezze circensi dei cantanti, basti pensare a com’erano contesi i castrati nel Settecento. È giusto ricordare com’erano osannati i più famosi usignoli dell’epoca, tanto che ancora oggi si sente l’eco della loro fama: Farinelli su tutti, ma anche Senesino, oppure nell’Ottocento e a seguire la Colbran, Tamagno, le sorelle Marchisio, Garcia, la Malibran, Maurel, Bonci, Masini, Caruso e via fino ai giorni nostri.

Il lavoro del regista era, agli albori della professione, demandato al direttore d’orchestra, figura, questa, nata solamente intorno alla metà dell’Ottocento. Prima vi erano modi meno organizzati di concepire la regìa.
Oggi, consci di questa storia, sarebbe bello vedere sui cartelloni delle opere non solo i nomi del direttore d’orchestra e del regista, ma anche degli interpreti e, meglio ancora, valorizzare il vero, unico, solo artista senza il quale tutti gli altri non sono nulla: il compositore.

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