Che la salvezza per l’arte sia la sua temporanea assenza?

Alessandro Quarta

Il violinista Alessandro Quarta (foto di repertorio)

Tutto chiuso. Fine. L’arte al tempo del Coronavirus è annichilita. Sanitariamente giusto e sacrosanto. Tuttavia…

C’è una fetta di cittadini italiani che dall’ambito dello spettacolo trae il denaro (in)sufficiente per vivere e che oggi si vede costretto alla stasi più nera e totale. Questi lavoratori sono sempre stati poco tutelati, sia per la natura materialmente superflua dell’arte stessa, sia per la loro totale e incondizionata incapacità di riporre inutili e campanilistiche invidie per ottenere insieme vantaggi universali. Insomma, l’Italia di oggi.

Questo virus può essere il pretesto per far sentire la propria voce, anzi, al contrario per far sentire quanto assordante sia il silenzio artistico, quello a cui costringe la società odierna quotidianamente e al quale, chi viene chiamato dalla Musa, dichiara guerra spendendo più risorse di quante possa disporre per poter affermare che l’arte esiste.

Forse questa occasione è davvero unica: far capire al mondo che l’arte altro non è che esigenza più che necessaria per l’intelletto e che non di solo pane vive l’Uomo.
Vi sono resistenze al silenzio, va da sé, anche all’interno della categoria degli artisti. In rete fioriscono parole chiave volte a rimarcare come questa o quell’arte performativa non si pieghi all’immobilità totale decretata per la salvaguardia della salute dal Governo.

Nascono movimenti, concerti, esibizioni di varia natura che cercano di entrare negli occhi e negli orecchi delle persone capillarmente, telefono per telefono. Ora, però, viene da chiedersi se questi eventi siano utili per far capire al fruitore dell’arte che essa stessa esiste (come se già non fosse facilmente riproducibile in ogni ora e in ogni luogo) oppure sia un modo per gli artisti di aumentare la propria visibilità.

Spesso le esibizioni (con le dovute eccezioni) sono eseguite da artisti anche di buon livello tecnico, ma che, dietro l’invocata egida della cultura, in realtà veicolano solamente perizia atletica, unita a un’epidermica distribuzione di sensazioni superficiali. Ciò accade perché, non solo il contatto fisico col pubblico rende lo spettacolo vero, ma perché l’artista oggi è raro e le possibilità tecniche di far percepire la densità culturale delle opere sono nulle se veicolate da mezzi che vivono del mordi e fuggi col 4G.

Che la salvezza per l’arte sia la sua temporanea assenza?

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