Un fulgido “Tamerlano” per voci liriche e musica, più discutibile la regia

Tamerlano Accademia Bizantina Teatro Alighieri

Foto Zani/Casadio

Tīmūr Barlas fu un condottiero eccezionale che fondò quell’impero che dominò l’Asia centrale, dalla Turchia fino alle porte della Cina, per più di un secolo tra la fine del Trecento e il Cinquecento. Le pagine di storia che in occidente si sfogliano svogliatamente sui banchi di scuola non si dilungano molto sull’evoluzione geopolitica di quel pezzo di globo, tuttavia Tamerlano, questo il nome dell’emiro mongolo in Europa, ebbe una discreta eco nel vecchio continente tanto che nel Settecento la sua figura catturò le attenzioni, tra gli altri, niente meno che di Georg Friedrich Händel e Antonio Vivaldi.
Il musicista veneziano, nel 1735, fece rappresentare al Teatro Filarmonico di Verona la tragedia per musica (un vero pasticcio, usanza ampiamente praticata nel Settecento ante-SIAE) ispirata alla vicenda di Tamerlano e del sultano turco Bajazet. Duecentoottantotto anni dopo, a Ravenna, quest’opera ha fatto la sua comparsa sulle assi del Teatro Alighieri nel solco dell’apertura della programmazione anche a titoli meno noti.

Tamerlano, Accademia Bizantina, scena

Il pomeriggio di domenica 15 gennaio ha potuto fregiarsi di un’interpretazione grandiosa da parte di tutti i protagonisti. In questo bell’allestimento il ruolo del condottiero è stato affidato al timbro controtenorile di Filippo Mineccia, magistrale nel delineare un personaggio in balìa di due differenti passioni, l’amore e l’odio, anche se dal punto di vista vocale a tratti si è avuta l’impressione che il cantante non si trovasse a suo agio con la tessitura che Vivaldi aveva dedicato a Tamerlano, risultando, infatti, poco incisivo nei recitativi recedendo spesso dall’uso del falsetto e sfogando il suo bellissimo timbro e la sua perizia solo quando la partitura riusciva a far librare oltre certe vette le note del protagonista.
Notevolissimo il Bajazet del baritono Gianluca Margheri che, come impone il ruolo, riesce a essere ruvido e dolce impersonando quell’autorità regale che nella visione del librettista Agostino Piovene non è per le corde di Tamerlano.
Ottima anche l’Asteria del contralto Delphine Galou che, forse anche in virtù del suo timbro non eccezionalmente brillante, definisce una donna fosca, desiderosa di vendetta e indomita.
Giuseppina Bridelli si cala perfettamente nel ruolo del confidente Idaspe che domina con graziosa forza, mettendo in luce il suo bellissimo timbro mezzosopranile e la sua ottima padronanza dello strumento.
La prima sorpresa, però, è stata la chirurgica voce del soprano Marie Lys che, nel ruolo di Irene, taglia come un coltello il burro la scena lasciando gli spettatori inermi davanti alla sua bravura. La seconda è stata l’interpretazione di Federico Fiorio che, con il suo Andronico, forse è il personaggio più azzeccato in tutto questo felicissimo gruppo di artisti. Non una sbavatura, non un respiro fuori posto, mai stonato. Delicatezza e risolutezza perfettamente espresse e racchiuse in una voce controtenorile che sembra uscire da uno di quei pueri cantores di antica memoria. La terza sorpresa è stata la DaCru Dance Company, gruppo di valentissimi ballerini di danza moderna che, con grande perizia, ha condiviso la scena con i cantanti.

Non è, ormai, una sorpresa l’esecuzione mostruosa di Accademia Bizantina. Cominciano a scarseggiare gli aggettivi per definire questa orchestra che, grazie anche all’ingegno del proprio direttore, Ottavio Dantone (autore anche delle delicatissime diminuzioni), si dimostra ogni volta di più una compagine di livello mondiale.

Fine. O almeno fine del bello…

Tamerlano, Accademia Bizantina, cantante e ballerina

Già, perché poi c’è un secondo aspetto della rappresentazione alquanto problematico che, di una così bella esecuzione ne inficia, e non poco, la fruizione. Quale sia questa componente è facile intuirlo: la regia ovviamente.
Sebbene non siano rare le regie ardite, se esse hanno un loro senso e una loro coerenza possono anche aggiungere vigore alla rappresentazione, tuttavia quando la realizzazione scenica di un’opera diventa il suo punto debole, allora è evidente che la regia (e la scenografia e i costumi che, ineluttabilmente, sono a essa legati) non funziona. È questo, purtroppo, e drammaticamente, il caso.
Se è vero che il pasticcio vivaldiano non è necessariamente da ambientarsi in quel lacerto di storia che vede intersecarsi Tamerlano e Bajazet (verosimilmente i primissimi anni del Quattrocento), sfugge, comunque, l’esigenza di allontanarsi da questo periodo storico. Soprattutto per abbracciare una contestualizzazione nella quale si sposano costumi post-apocalittici in stile Kenshiro, con altri che prefigurano l’ingresso di Thulsa Doom e altri ancora che richiamano il cenobita Pinhead.
In mezzo a questo marasma la scenografia, che dir essenziale è poco, ai lati della scena richiamava le colonne della nota grotta nell’isola di Staffa, mentre al centro un discutibile monolite di kubrickiana ascendenza faceva bella mostra di sé e delle sue evoluzioni per trasformarsi ora in vascello, ora in tavola, ora in altalena.
Unico vero elemento di interesse era quella passerella che, morbidamente si svolgeva intorno all’orchestra come in un abbraccio, permettendo ai cantanti di avvicinarsi al pubblico e violando, nei fatti, quella quarta parete ormai logora. Non potevano, poi, mancare le videoproiezioni, ormai irrinunciabili nell’opera lirica, tuttavia anche queste apparivano, volendo usare un eufemismo, ermetiche, non aggiungendo nulla allo spettacolo che, per fortuna, non aveva bisogno dell’aiuto della vista per essere goduto.

C’è, comunque, la proverbiale ciliegina su questa amarissima torta. L’idea che ogni personaggio si avvalesse di una marionetta per manifestare i sentimenti non è di per sé malvagia, ovviamente, ma la sua attuazione in questo frangente ha del diabolico. Il perché è presto detto. Il personaggio e la marionetta impersonificata dal ballerino vestito e truccato (quasi) come il cantante svolgevano le proprie azioni contemporaneamente quasi nello stesso spazio, cioè il ballerino molto spesso danzava assai vicino al cantante, il quale non poteva ignorare questa presenza. E nemmeno gli spettatori che, per contro, vedevano il primo danzare tra le braccia o dietro le spalle del secondo, rievocando così i più simpatici tra i bambini che nelle foto scolastiche stavano dietro per immortalare le proprie dita tra i ricci degli altri.

In definitiva, però, perché sia chiaro, nessuna delle idee era di per sé da biasimarsi, ma messe tutte insieme in un pentolone non hanno prodotto come risultato un ottimo minestrone. Per citare il più noto poeta cesareo «e quando eccede cangiata in vizio la virtù si vede», vale a dire che il troppo stroppia.

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