L’alto artigianato dell’opera svelato dal Maestro Riccardo Muti

Muti Opera Academy

Foto Casadio/Zani

Puntualmente l’agosto ravennate, per il quinto anno, trasforma la sua indole marcatamente balneare offrendo la possibilità al visitatore come al residente di prendere parte a un evento a cui raramente è possibile assistere dal vivo: la concertazione di un’opera lirica. Nella cornice del Teatro Alighieri l’artigianato musicale è messo a nudo nella sua componente più intima, quella del significato testuale e della sua corrispondenza con la declinazione sonora dell’opera d’arte.

E chi se non il Maestro, Riccardo Muti, poteva essere alla guida di questa esperienza che per i corsisti dell’Italian Opera Academy diviene non solo formativa, ma assume la carica imponente di un’eredità culturale che vive anche nel metodo di approccio al teatro in musica: lo stesso retaggio che perfino il Maestro ha abbracciato nel corso della sua incommensurabile carriera e che ha sapientemente perfezionato fino ad assurgere a novello Orfeo verdiano.

Questa forma di trasmissione del sapere aderisce perfettamente alla concezione artigianale che era propria dell’arte nei secoli passati. Andare a studiare presso un maestro, entrare nella bottega di un artigiano, era un passo che proiettava il pupillo verso la sua maturità artistica: partendo dall’essere discepolo, dopo aver assimilato nel quotidiano il sapere dell’autorevole guida, si perpetuava così il sapere perfezionandolo generazione dopo generazione, non ripudiando mai gli insegnamenti del passato, ma bilanciandoli in un esercizio di sintesi possibile solo con la necessaria distanza storica.

Per il 2019, il Maestro Muti ha dedicato lo straordinario laboratorio dell’Italian Opera Academy – riservato sul piano didattico a quattro allievi direttori, tre assistenti alla direzione d’orchestra e diversi uditori – a LeNozze di Figaro, uno dei capolavori della celeberrima trilogia  Mozart/Da Ponte.

E va sottolineato che questa opportunità, a Ravenna è offerta non solo ai corsisti, ma a chiunque volesse, con onestà, avvicinarsi a una esperienza che getta una luce inconsueta al grande pubblico sull’opera lirica. Vi è, purtroppo, tra gli amanti di questo genere musicale una folta schiera di drudi che si ergono a difensori di una cosiddetta tradizione tramandata da esecuzioni che non erano figlie del pensiero, bensì dell’arte circense di taluni esecutori che nel passato godevano di grande fortuna proprio in virtù del fatto che le loro prodezze erano lette non con lo sguardo della mente, ma con quello della meraviglia.
Quasi mai le due visioni sono compatibili, perciò è importante liberarsi da queste idolatrie e ritornare a concepire l’opera d’arte come necessità dell’intelletto e non come consumistico erogatore emozionale.

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