Se l’artista si abbassa a cercare solo il consenso del pubblico

Teatro GalliProssimità. Nel mondo della globalizzazione totale ed esasperata è il senso dell’umana vicinanza quello che si è perso. Ci si allontana progressivamente e inesorabilmente gli uni dagli altri, rivendicando questa solitaria separazione come una incredibile conquista della società moderna.

Prossimità. I primi a essere lontani dal mondo reale sono coloro che fungono, volenti o nolenti, da guida, non solo spesso incapaci di governare ma anche troppo presi ad approfittare della posizione per essere il riferimento virtuoso al quale la società guarda.

Prossimità. Quella di una collettività sul baratro dell’etica, della morale e del sociale. La caduta dell’aristocrazia quale riferimento intellettuale ha sancito il progressivo inaridimento culturale dovuto anche alla tendenza del popolo a nobilitare proprie volgarità, legittimando trivialità che alla lunga stanno presentando il conto.

Prossimità. L’arte è, certo, rappresentazione della realtà nella quale nasce, ma il modo di comunicare l’arte, e quindi la cultura, dipende dall’artista. Questa figura si è progressivamente distaccata dalla sua funzione demiurgica per rinchiudersi in una superba elevazione di sé e lasciando un vuoto incolmabile tra l’opera d’arte e il pubblico.
Questo si è, giustamente, rivolto verso altri orizzonti che sono stati alimentati non dall’intelletto e dal piacere del bello in quanto tale, ma dalla marcescenza sociale figlia di un sistema interessato unicamente alla declinazione degli utili e non all’ingrandimento degli animi. Tutto ciò ci ha condotto alla chiusura dei teatri, alla produzione di spettacoli di qualità via via sempre più scadenti e ha sdoganato qualsiasi cosa, proposta da guitti sedicenti artisti, venduta come primizia.
Il compito dell’artista è sempre stato, inutile girarci attorno, quello di guadagnare dalle creazioni del proprio intelletto, tuttavia proprio queste creazioni sono sempre state votate alla ricerca di un’elevazione del fruitore dell’opera d’arte attraverso il contenuto dell’opera stessa.

Si può dire la stessa cosa oggi? Probabilmente no, poiché attualmente il fine dell’arte non è più quello di cercare di elevare il popolo al livello dei potenti, così come era in passato, ma quello di accalappiare più pubblico possibile, con un gioco di captatio benevolentiae al ribasso che agisce più sui corpi cavernosi che sulla materia grigia dei consumatori dell’opera d’arte.

Prossimità. Forse questa è, invero, rimasta, tuttavia viene da interrogarsi sull’opportunità di tale prossimità.

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