L’ultimo concerto (avanguardista) al Rossini di Lugo, sperando riapra presto

Wunderkammer Orchestra

Wunderkammer Orchestra (foto Giorgio Finali)

Il teatro è il faro della cultura di una città e ciò che in esso si rappresenta è specchio della società che gli vive intorno. Interessante e rimarchevole è dunque la scelta di chiudere la stagione concertistica del teatro Rossini di Lugo con un concerto avanguardista e visionario.
Il 5 aprile scorso protagonisti assoluti sono stati i 14 musicisti della Wunderkammer Orchestra che hanno portato sul palco lughese una miscellanea di musiche trascritte per una manciata di esecutori.

La serata è stata aperta dalla celebre Ouverture “Die Hebriden” op.26 di Felix Mendelssohn-Bartholdy: il magnifico capolavoro del compositore tedesco nell’orchestrazione di Matteo Angeloni accusa una decisa mancanza di massa sonora e i tanti passaggi all’unisono o all’ottava degli archi, oltre comportare un rischio tecnico elevatissimo, assottigliano ulteriormente la densità sonora lasciando i fiati orfani di uno spessore necessario sul quale spiccare.
I Kinderszenen – sei poemetti sinfonici per ensemble di Paolo Marzocchi – sono, invece, ottimi dal punto di vista paideutico, loro seme, ma l’origine infantile non giustifica la somministrazione al pubblico di queste composizioni dal linguaggio autoriferito e che trova giustificazione solo all’interno di se stesso.

La seconda parte del concerto ha visto protagonista la trascrizione di Carlo Tenan, direttore del complesso orchestrale, delle 18 Deutsche Tänze op.33 di Franz Schubert. Le interessanti scelte timbriche effettuate dal direttore hanno gettato una luce differente sulla composizione pianistica di Schubert, rendendo evidentissimo il piede coreutico e avvicinando le danze del compositore viennese alle sonorità della famiglia Strauss.
Anche il Concerto n.1 in do maggiore op.15 di Ludwig van Beethoven eseguito dal bravo Vincenzo Maltempo acquisisce, nell’orchestrazione di Paolo Marzocchi, una leggerezza adatta alla formazione orchestrale senza indietreggiare sull’intensità testuale. Le cadenze, composte da Lorenzo Pagliei, prese come brani a sé stante denotano grande perizia nell’uso del tempo e della capacità di condensare nella stasi larghi brani di tema, tuttavia la giustapposizione con il capolavoro beethoveniano lascia quantomeno perplessi.

Il teatro Rossini chiude, dunque, per lavori. La necessità che riapra al più presto è già evidente poiché quando i luoghi della cultura si spengono, stessa sorte seguono le menti.

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