Nella società dell’apparenza attenti alle celebrazioni degli anniversari

Gioachino Rossini Ritratto

Gioachino Rossini

Rossini, Donizetti, Debussy, Bernstein. Questo è un anno molto ghiotto per l’esercizio della celebrazione del personaggio illustre nell’ambito della musica colta. Questa ricerca della ricorrenza è sempre più indagata e valorizzata: e certamente è un bene. Ricordare i grandi del passato che tanto si sono applicati per promuovere e far aumentare il bello nel mondo non è solo un modo per perpetuarne il lavoro, ma anche un dovere morale di riconoscenza che i posteri dovrebbero avere verso i maiores.

Vi è, però, un lato della medaglia che non è così scintillante. Esiste un problema, non tanto nelle rassegne importanti, quanto in quel sottobosco di appuntamenti che diffondono capillarmente la cultura musicale al di fuori dei circuiti più prestigiosi. Ogniqualvolta viene palesata una di queste ricorrenze, essa cannibalizza la programmazione e rende obsoleta qualsiasi altra proposta al di fuori dell’anniversario celebrato. Considerando il 2018, nessuno ha pensato che, per esempio, si potesse celebrare il 135° anniversario della morte di Wagner o il 102° compleanno di Šostakovič proprio perché questi numeri non suscitano nell’immaginario collettivo la stessa grandiosità che invece permea il 150°, il 170° o il 100° anniversario. Se la questione vertesse solamente sull’opportunità, si potrebbe discutere a lungo, ma ogni idea potrebbe essere quella giusta. Ci sono però aspetti che sono ancora più sconvolgenti. Questi anniversari sono pianificati anche (e soprattutto?) dalle case discografiche. È noto l’impegno di una famosa etichetta di completare la registrazione di tutto il patrimonio lasciato da Haydn entro il 2032, guarda caso proprio nel 300° anniversario del genio austriaco. Sicuramente non è il solo progetto di questo tipo, anche se forse è tra i più ambiziosi visto il mostruoso numero di composizioni del musicista a servizio dei principi Esterházy.

Ultimo, ma non ultimo, tra gli aspetti da valutare quando si ragiona su questi progetti è la capacità della proposta di attirare fondi per poi, questi progetti, metterli in pratica. È, purtroppo, assai diffusa nella totalità dello Stivale una profonda mancanza di conoscenza dell’eredità musicale dalla quale ogni italiano, nel suo piccolo, ascende, perciò puntando più sulla numerica che sul contenuto che dietro queste cifre si cela, si rischia di legare la fruizione della musica colta non all’apprezzamento dell’esecuzione o dell’arte compositiva, ma allo sterile sensazionalismo d’occasione.
Nella società dell’apparenza questa è sempre più la prassi della quale è necessario prendere coscienza e dalla quale è d’uopo prendere le distanze.

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