Una “Tosca” sublime ha chiuso in bellezza la Trilogia d’Autunno 2017

Tosca Ph Zani Casadio9109

«Recondita armonia». Con i versi musicati da Giacomo Puccini si può ben descrivere la Tosca, andata in scena al teatro Alighieri domenica 26 novembre, nell’ambito della Trilogia d’Autunno del Ravenna Festival 2017. Quest’opera è certamente annoverabile tra i grandi classici della lirica ed in questa particolare esibizione si è potuto apprezzare uno spettacolo sublime.

Ciò che spicca sempre in un’opera lirica sono i cantanti, i protagonisti dell’azione, perciò è naturale che essi siano i primi destinatari di lode. Sopra tutti emerge l’interpretazione del tenore Diego Cavazzin (visibilmente ingessato al braccio sinistro) nei panni di Mario Cavaradossi che unisce ad una sapiente presenza scenica una bellissima voce, omogenea e dall’acuto facile e bello, ch’egli adopera in maniera intelligente e misurata. Brava anche Virgina Tola che, come Tosca, nel secondo atto regala perle di recitazione nonostante la voce palesemente affaticata sotto la quale si scorge, però, la bella qualità del timbro che meriterebbe una dizione più accurata. Andrea Zaupa, interprete del barone Scarpia, è un giovane baritono interessante che ad una perfetta fisicità non unisce però una tecnica impeccabile: essa, infatti, non gli consente un’ottimale scansione delle sillabe, non gli garantisce una omogeneità tra i registri e opacizza in parte la sua buona esibizione. Bravo nel difficile ruolo di Angelotti, Paolo Gatti, mentre lo Spoletta di Filippo Pollini è solo una macchietta alla quale manca completamente supporto vocale.

Come di consueto, sul palco dell’Alighieri è stato protagonista anche il Coro del Teatro Municipale di Piacenza regalando al pubblico accorso un emozionante finale di I atto tanto che qualcuno degli spettatori in piena pennichella post prandiale si è risvegliato per la meraviglia.

Grande prestazione per l’Orchestra Giovanile Luigi Cherubini, forse la migliore di questa Trilogia d’Autunno, tuttavia l’intonazione dell’arpa in buca risentiva sicuramente di qualche sbalzo termico di troppo che l’organizzazione avrebbe potuto evitare. Alla testa di questa bella produzione la bacchetta del giovane Vladimir Ovodok che, non senza ansia, riesce a concludere questa maratona operistica guadagnando, oltre al plauso del pubblico ravennate, un bagaglio di esperienze di cui far tesoro.

La regia firmata da Cristina Mazzavillani Muti è, però, la vera vincitrice dell’intera Trilogia. Pochi elementi, ma ben delineati, che non distolgono il pubblico dalla scena, ma anzi valorizzano ogni gesto dei cantanti. Meravigliosa l’idea di due statue vive nel I atto (complimenti anche alle due donne, immobili per 40 minuti). L’unico rammarico rimane nel non aver potuto godere appieno delle proiezioni del III atto a causa di un inconveniente tecnico occorso nel cambio scena.

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