I dischi dell’anno dopo la lista dei dischi dell’anno

DownloadQuella che segue non è la lista dei dischi più belli dell’anno appena trascorso ma una lista dei dischi più belli che ho ascoltato da quando ho consegnato la lista dei dischi più belli dell’anno appena trascorso. No aspetta forse non è chiaro, dicevo, quella che segue è una lista di dischi che ho ascoltato recentemente e sono molto belli ma che non ho avuto modo di inserire nella lista dei dischi di fine anno che ho consegnato alla rivista per cui scrivo.

Più chiaro? Forse no. in pratica le riviste musicali pubblicano l’elenco dei migliori dischi dell’anno nel numero di dicembre, che di solito esce a fine novembre, e quindi viene preparato diciamo i primi di novembre. Ma per fare una classifica dei dischi in maniera democratica bisogna raccogliere le preferenze di tutti i collaboratori e poi fare una sorta di totalone secondo criteri più o meno condivisi. Nel senso, non è facile. Diciamo che ognuno fa una classifica con 10 posizioni con un punteggio da 10 a 1 (la prima prende 10, la seconda prende 9 e via così), poi metti i dischi in fila a seconda del punteggio che hanno avuto. Mettiamo caso che 9 dei 10 dischi col punteggio più alto siano dischi di folk noioso: devi scegliere qualcos’altro per fare una classifica più variegata. E poi siamo sicuri di questo metodo di conteggio? Voglio dire, se un disco è in sole 5 classifiche al primo posto prende più punti di un disco che è settimo in 10 classifiche; qual è giusto mettere più in alto?

Problemi complessi, e comunque chi se ne frega, ma per fare le elaborazioni serve tempo e quindi tocca consegnare le liste individuali verso il 15 ottobre, due mesi e mezzo prima della fine della classifica. Però non puoi mettere nella classifica del 2018 un disco uscito a novembre 2017 – non è un disco del 2018. Così insomma la morale è che le classifiche dei dischi sui giornali si perdono sistematicamente tre mesi di musica, cioè il 25% del totale dei dischi che escono, e nessuno fa niente per contrastare questa orribile piaga della contemporaneità. Se pensate che le classifiche dei dischi non siano una cosa così seria avete la mia approvazione umana, ma è evidente che non siete giornalisti musicali. Se invece volete un riassunto veloce di tutto quello che ho scritto sopra, questi sono cinque dischi bellissimi che probabilmente non saranno nelle classifiche di fine anno.

Vessel – Queen of Golden Dogs

Questo è il più oggettivamente bellissimo dei cinque, quello di cui stanno parlando tutti, e quindi è quello che mi piace meno – il che non toglie che sia un album pazzesco. In pratica Vessel molla parzialmente la roba alla Vessel e si accoda a una specie di trend tradizionalfuturista che ricicla strumenti e registri antichissimi – una roba simile a quella fatta da Oneohtrix Point Never con l’ultimo disco (che è tra i dischi dell’anno, comunque). Nel caso di Vessel non è proprio un recupero pieno e totale, cioè i clavicembali e tutta quella roba sono semplicemente un pozzo nuovo in cui pescare per fare un disco alla Vessel – qualunque cosa significhi. Il mio problema fondamentale con queste cose è che sono dubbioso sul fatto che abbiano davvero un respiro. Oggi come oggi sembrano l’impostazione musicale più importante sul mercato, questa cosa della ricontestualizzazione continua dei segni e del linguaggio, ma probabilmente tra cinque anni non ci vorrò più avere a che fare.

Sun Kil Moon – This Is My Dinner
In un periodo dove la competenza musicale sta diventando sempre più facile da acquisire, l’unica musica che abbia davvero un senso è diventata quella suonata dai matti. Sun Kil Moon è il grande nome del folk contemporaneo, quello che fa la musica più innovativa ed eccitante – ve lo dico in anteprima, purtroppo nessuno è d’accordo con questa cosa che dico. In pratica dopo aver chiuso alla grandissima la sua fase di folksinger (con Benji, che era del 2014 se non erro), si è messo a scrivere solo canzoni che raccontano cose non-interessanti che sta facendo e viaggi mentali senza senso, mentre lui e il suo gruppo (Steve Shelley e altri più o meno occasionali) improvvisano tracce musicali fuori asse che possono andare avanti anche per un quarto d’ora – e vi assicuro che dopo i sei minuti non c’è più traccia di alcun senso. Giuro, è l’unica musica veramente ESSENZIALE che si possa ascoltare oggi nell’indie americano.

Daughters – You won’t get what you want

I Daughters erano uno di quei gruppi screamo che andavano nei primi duemila, tipo postpunk sconvolto con gli urli scorticati e le casse un po’ dritte, diciamo così. Poi hanno avuto qualche tipo di folgorazione che non so e ora fanno una specie di doom apocalittico col primo Nick Cave alla voce. La quale, a pensarci bene, è una folgorazione che è venuta a un sacco di gente che suona uguale a loro, gruppacci tipo Iceage o Protomartyr o Preoccupations e per certi versi pure gli Horrors hanno avuto un percorso simile – sei scranno e postpunk poi diventi Nick Cave. Il pregio dei Daughters è che hanno questi suoni pazzeschi, volendo perfino un po’ innovativi. Ma non ditelo in giro, stiamo parlando di un disco rock. Mentre scrivo, tra l’altro, festeggio con gioia l’uscita del cinquantesimo articolo in cui Gino Castaldo sostiene che il rock è morto, e lo faccio riportando alla mente una cosa che ho sentito dire a Steve Albini in un’intervista due sere fa: “non credo che sia vero, voglio dire, non sono ancora riusciti a uccidere lo ska”.

Colle der fomento – Adversus

Il Colle è un gruppo rap di Roma che ha fatto il primo disco nel – boh, ’95? Quegli anni lì, comunque – e ci ha salvato la vita tutte le volte che ha fatto un disco nuovo (questo è il quarto). Non ci piace necessariamente il disco del Colle in sé e per sé quanto l’idea che lo si possa ascoltare come lo si ascoltava nel ’95, con quell’impeto un po’ romantico di chi sa che non è ancora finita e si esalta perché le canzoni hanno nomi tipo STORIA DI UNA GUERRA o SERGIO LEONE. Gli altri, mica io. Io sono un quarantenne serio e rigoroso, nel senso che lo pompo a 38 su 38 nello stereo dell’auto coi bassoni a randa fingendo di saperne a tronchi e facendo una figura stile Willy il Principe di Bel Air. Ed è vero che è un po’ patetico, ma questo non toglie che il disco del Colle sia una mina totale. (Non so perché nella mia autoradio il volume arrivi a 38, è un numero sgaffo, boh. In effetti è una domanda interessante.)

R.E.M. – R.E.M. at the Bbc

Non c’è un vero e proprio motivo per ascoltare questo disco, cioè, di base è un live dei REM o più esattamente un cofanetto con tutta la roba fatta dal vivo dai REM e pubblicata in vari modi da BBC e all’atto pratico è appunto un live dei REM con cento canzoni e passa e così ho detto, dai magari diamogli un’ascoltatina, che ne dici? Dai. E mi sono ritrovato coi lacrimoni del cuore spezzato un po’ per i pezzi in sé e un po’ per non poter più vedere un concerto dei REM.

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