Quella fotografia degli Helmet

Se sfogliate una rivista o un sito di musica e guardate le fotografie dei gruppi, sono tutte impostate sullo stesso concetto, a metà tra alta fedeltà e concettualismi da manuale introduttivo del rock. Questo gruppo è cattivo, quest’altro è oscuro, quest’altro è tormentato, quest’altro fa musica allegra, tutti sono più o meno fighi.

Quando mi fermo a pensarci torno sempre con la memoria a una foto degli Unsane scattata da Richard Kern. Si tratta di una foto che stava in quasi tutti gli articoli che venivano scritti sul gruppo (non tantissimi, ok); Kern poi è diventato famoso per servizi a modelle e pornostar, ma quella foto ritrae tre ragazzi seduti o accovacciati su uno sfondo bianco. Hanno magliette spappolate, berretti da baseball, scarpette con il fondo rovinato. Le loro facce non dicono niente di particolare. Che musica suonano? Non si sa. Chi dovrebbe ascoltarli? Boh. Era una specie di scelta: le foto viaggiavano con le press kit, la foto che mi dicevi di pubblicare era indicativa del modo in cui volevi apparire, o non apparire.

La prima foto degli Helmet che ricordo di aver visto ritrae quattro persone (Peter Mengede, Henry Bogdan, Jon Stanier, Page Hamilton) di fianco a un muro, ragionevolmente a New York. La foto è in bianco e nero, i musicisti sorridono, quello in primo piano ha dei pantaloncini a mezza gamba, un paio di persone hanno il berretto. La foto non dà nessun indizio immediato su che musica possano suonare le persone ritratte: nessuno dei quattro sembra farsi il trip del rock’n’roll, nessuno sembra un tossico allo stadio avanzato, nessuno ha addosso i segni di chissà quale trauma infantile. Al limite si può pensare a un concetto un po’ meno appariscente: probabilmente è musica pensata in un contesto urbano, magari è roba piuttosto sobria ed essenziale. Una cosa che colpisce l’occhio è che si tratta di musica fatta da gente più o meno comune, una cosa che negli anni di cui stiamo parlando è ancora piuttosto rivoluzionaria – e fa la differenza. Li guardavi e pensavi: questi sono come me, hanno la mia faccia, i miei vestiti, ecco.

I dischi che abbiamo ascoltato, nel bene o nel male, ci hanno definito come persone quanto i libri che abbiamo letto o i film che abbiamo visto, le persone che abbiamo conosciuto, i posti dove abbiamo vissuto. Per quelli che ci hanno segnato di più, spesso abbiamo sentito il bisogno di reperire qualche informazione che andasse oltre alla musica in sé: la biografia dei musicisti che l’hanno inciso, i posti dove sono stati registrati, gli eventi che hanno portato a questo o quel testo, eccetera. Che ne so, a me piacciono abbastanza i Pearl Jam e so un sacco di cose su dove è stato registrato quel disco o quell’altro, in che stato d’animo erano il cantante e il bassista, eccetera. Con altri gruppi non è dato avere queste informazioni, un po’ perchè non frega a nessuno e un po’ perchè la storia che ci sta dietro non è così interessante. Arrivi nel posto, hai qualche canzone, ne scrivi un paio sul momento e alla fine hai una pizza con una dozzina di pezzi che poi qualche scoppiato si degnerà di immettere sul mercato. Tocca ai singoli appassionati ricostruire la storia usando pezzi d’informazione raccattati in giro alla meno peggio. Per quanto riguarda i miei dischi preferiti, sono finito pian piano a immaginare certe cose della mia biografia personale come una parte integrante della storia musicale di quegli album, e in fondo è quello che li rende così speciali, una specie di immortalità artistica ad personam.

Il primo disco degli Helmet che ho ascoltato si chiama Born Annoying. Lo trovai in cassetta originale in un negozio di dischi a Cesena che si chiamava Francolini. Costava tanti soldi ma avevo letto qualcosa del gruppo, e avevo visto le foto, così l’ho portato a casa e l’ho messo su. L’anno può essere il ‘96. Il disco non era proprio un disco, in realtà: era una specie di raccolta di singoli e b-side con qualche inedito o boh, nella copertina a ventaglio c’è qualche informazione su dove sono stati registrati i pezzi. Metto su il lato A e mi cascano le palle: una canzoncina registrata un po’ così, una voce legnosa che biascica cose a caso, niente di interessante. Poi il nastro va avanti e inizia un’altra canzone che si chiama “Rumble”, che invece non ha le parole ed è velocissima e fa SBRANG SBRANG per tutto il tempo. Tengo il nastro nel lettore e vado avanti fino alla fine: i pezzi hanno tutti un suono un po’ diverso l’uno dall’altro perchè è una raccolta, ma c’è tanta roba in mezzo che mi esalta. È un disco fatto di musica, non particolarmente complesso ma nemmeno elementare. È roba fatta per suonare compatta e tutta assieme, con qualche assolo strano di chitarra, pochissime parti cantate. I due pezzi migliori sono gli ultimi due: la cover di un gruppo che non conosco (Killing Joke) e la stessa canzone che c’è all’inizio, suonata cinque anni dopo al doppio della velocità con il cantante che urla come un pazzo. Nel ‘96 ascolto musica pesante da diversi anni e ho già tanti eroi, ma alla fine di quel disco ho addosso una sensazione che non ho mai avuto prima.

Da quel momento son passati vent’anni, e da quel disco è partita un sacco di roba. Ho scoperto che l’etichetta che l’ha pubblicato, Amphetamine Reptile, è la miglior etichetta rock mai esistita. I gruppi sono quasi tutti come gli Helmet, musica dritta e senza stronzate coi suoni crudi. Gli Helmet hanno esordito nel ‘90 ed erano un po’ gli intellettuali del giro AmRep: dal vivo suonavano dritti e precisissimi, tiravano come dei treni e umiliavano chiunque suonasse con loro. Di lì a poco l’industria del rock alternativo esplose e gli Helmet andarono a finire sotto major: un successo di pubblico e critica continuo. All’atto pratico il loro sodalizio durò una decina d’anni e ci ha regalato quattro dischi-capolavoro: Strap It On, Meantime, Betty e Aftertaste. E il migliore di tutti, la raccolta di sin­go­li/rarità/riregistrazioni Born Anno­ying: uno dei dischi della vita.

Peter Mengede se ne andò dopo Betty e fondò i discreti Handsome; gli altri hanno lavorato come turnisti e insegnanti di musica. Il batterista John Stanier è diventato roba caldissima a metà anni duemila con i Battles, formati assieme ad altra gente del giro noise; poco dopo Page Hamilton ha rimesso in circolazione la sigla Helmet come una specie di progetto solista allargato, assieme a tre carneadi. Dei dischi nuovi non voglio nemmeno sentir parlare, ma dei loro concerti non me ne perdo uno. Christopher del Bronson, fanatico della prima ora, li ha chiamati a suonare subito dopo la reunion. Il prossimo (vedi box), se non erro, sarà il loro quarto concerto a Ravenna.

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