The Silence of the “Lambs”

Manuel Agnelli è il capo della cultura alternative italiana grazie a una serie abbastanza incredibile di circostanze casuali

Manuel Agnelli

Manuel Agnelli a X Factor

Per farvi capire il motivo per cui detesto Manuel Agnelli vi racconto una storia priva di significato.

A un certo punto, era il 2001, Xabier Iriondo era uscito dagli Afterhours e si era rimesso a cazzeggiare pesantemente con il rock sperimentale. L’anno dopo la sua uscita il gruppo fece uscire Quello che non c’è, uno dei dischi migliori degli Afterhours. Mi capitò di avere una discussione con un giornalista musicale, non ricordo chi, il quale aveva scritto che il nuovo disco degli Afterhours era molto più sperimentale dei lavori di Iriondo fuori dal gruppo. Mi incazzai come una pantera, voglio dire, un disco bello è un disco bello e bravi tutti, ma più sperimentale di uno che ha lavorato a 29 dischi Wallace? Dai, su. Il giornalista mi rispose che gli Afterhours avevano sperimentato con cognizione di causa, testando i limiti della loro musica così da accrescere le loro possibilità, e che questa nuova forma musicale avrebbe avuto tantissime ripercussioni nel modo di suonare musica rock in Italia; le sperimentazioni fini a se stesse di Iriondo, invece, non erano altro che una serie interminabile di masturbazioni intellettuali destinate a non dare alcun frutto fuori del solito giro di scoppiati che si compravano quei dischi.
Ora, è possibile che chi legge queste righe non abbia mai ascoltato le cose tipo A Short Apnea, Polvere o Uncode Duello – si può vivere senza, va detto. Ma vi assicuro che gli Afterhours del 2002 sono molto meno radicali di quei dischi.
La tesi di quel giornalista sugli Afterhours, però, ha contribuito in maniera determinante a far sì che io formulassi la mia tesi sugli Afterhours, che oggi mi sento di condividere pubblicamente.

In poche parole, la cultura alternative italiana ha bisogno di un capo. Di una persona la cui influenza sia così potente e pervasiva da gettare un’ombra su tutto quel che succede nel giro, su tutto quel che succede nella musica indipendente italiana. Una persona con meriti artistici talmente grandi ed inscalfibili che tutti quanti si sentiranno in obbligo di ringraziarlo e pagargli tributo, eleggendolo a signore e padrone di una scena intera, chiedendogli informale benedizione a ogni loro uscita pubblica e lavorando attivamente per farlo prosperare, così da prosperare insieme a lui. Questa figura dovrebbe unire una capacità artistica immensa a un carisma sterminato e alla naturale simpatia che porta gli altri artisti a darti credito; non essendo possibile trovarla, per adesso il capo è Manuel Agnelli. Una volta deciso che questo è vero, e secondo me lo è, mi sono trovato a ripercorrere all’indietro la carriera del suo gruppo e cercare di capire quante cose vengono date per scontate e in realtà non lo sono. La prospettiva storica mi aiuta nella misura in cui il fanatismo nei suoi confronti non l’ha distorta.

La questione è questa: io non credo che Hai Paura Del Buio? sia un gran disco. Non è che sia brutto, è un disco molto carino e molto figlio dei suoi tempi. Ma credo che considerarlo il miglior disco rock italiano degli ultimi 25 anni sia eccessivo, e che questa cosa avvenga per via di una specie di equivoco. Oddio, non proprio un equivoco, diciamo di una serie abbastanza incredibile di circostanze casuali che si sono verificate tutte al momento giusto e hanno finito per cristallizzare nell’eternità il secondo disco in italiano degli Afterhours, il mese stesso dell’uscita.
Pensateci: in quel periodo il “nuovo rock italiano” era sul punto di legittimarsi definitivamente, gente come i Litfiba mostrava avvisaglie di crisi, Mtv Italia iniziava le trasmissioni e cercava qualcuno da legare al suo brand, nasceva il Mei, i Csi erano andati primi in classifica per una settimana. L’aria era cambiata e serviva un’ammiraglia, una Amerigo Vespucci dell’alt-rock italiano, una cosa da mettere in mostra per vendere il brand. La domanda è: come fai a trasformare un disco *molto carino* in un’opera immortale? La risposta è probabilmente il modo in cui il tempo si comprime e si espande attorno al cantante e chitarrista degli Afterhours, creando dei paradossi su cui la band ha imparato a surfare. È possibile identificare IL disco italiano del ventennio? Certo che no. Ma se fosse possibile quale sarebbe? Boh, tipo Hai paura del buio? o qualcosa di simile. Taac.

Non lo so, è complicato. Io detesto Manuel Agnelli. Dico davvero. Qualunque cosa su cui metta il becco mi fa incazzare a morte, è più forte di me, non riesco a non arrabbiarmi ogni volta che lo sento parlare o dichiarare qualcosa eccetera. Per qualche strano accadimento della vita, non mi perdo un’esternazione di Manuel Agnelli che sia una. È dovuto a una serie di circostanze che possiamo far risalire tranquillamente a vent’anni fa, e che si sono amplificate con l’avvento dei social network e di tutta quella roba. Il fatto di avere criticato più volte lui e il suo gruppo sul mio blog ha contribuito senz’altro a peggiorare le cose. Ancora adesso, due anni dopo aver chiuso, qualcuno mi manda in privato il link a qualche intervista in cui Agnelli dichiara qualcosa di brutto, e mi dice che «dovresti fare un articolo contro Manuel Agnelli». Ho una claque di 20 o 30 stronzi che mi mandano queste cose perché sono convinti che lo stronzo sia io. È complicato, dicevo.

Nel corso del tempo ho imparato una cosa: non è colpa di Manuel Agnelli. Il suo modo di stare al mondo è assolutamente rispettabile, e penso che creda davvero nelle cose in cui dice. Lui ha idea che esistano due tipi di musica: quella insignificante e quella significativa. La sua opinione è che quella significativa debba prendersi tutti gli spazi possibili, e ha lavorato per tutta la vita perché succedesse. Questo l’ha portato in posti che io ho sempre trovato odiosi, ma posso capire che per uno come lui, se dev’esserci un giudice di X Factor, tanto vale che sia lui. Credo fermamente che la sua visione della musica sia sbagliata, ma non è l’unico ad averla – se devo scegliere tra Agnelli e le sue copie sbiadite, forse scelgo Agnelli. Credo che attorno a lui si sia costruito spontaneamente un gruppo di attori (stampa specializzata, media generici, pubblico) che ha fornito le premesse in base a cui gli sono stati appioppati meriti che non aveva, e che questo abbia portato ad accettare come veri alcuni assunti che secondo me non lo sono (tipo quelli su HPDB o Quello che non c’è). Non credo che ci abbia marciato più di tanto: la musica degli Afterhours è rimasta roba onesta. Credo che abbia continuato a lavorare con passione e impegno in numerose situazioni nelle quali avrebbe potuto limitarsi a vivacchiare e incassare soldi.
La somma delle piccole esperienze di vita, mie e sue, ci ha portato in un presente nel quale non riesco ancora a leggere una sua intervista senza incazzarmi a morte per qualcosa che dice. Ho imparato, nel corso del tempo, che è colpa mia. Voglio dire, lui con me mica ci ha mai parlato.

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