Nell’epoca del non-disco, da Kanye West agli Autechre

Quest’anno ho ascoltato meno dischi del solito, intendendo per “solito” la bulimia di spararsi 400/500 dischi in un anno, da cui sono affetto da quando ho una connessione a internet (e vi raccomando i primi anni, munito solo di 56k e buona volontà, a lasciare il modem acceso di notte per scaricare i dischi di gruppacci nu-metal tipo che so, Spineshank o Apex Theory).
Quest’anno credo di non essere andato oltre i duecento, cioè circa tre o quattro a settimana. Ritmo rilassato, allentato ancor di più dal fatto che la maggior parte dei dischi nuovi che ho ascoltato sono passati sullo stereo mezza volta a dir molto. Per le più ovvie leggi del contrappasso, ricorderò il 2016 come l’anno in cui più di tutti mi sono incaponito su una decina di cose musicali che mi hanno portato via un mare di tempo perché potessi anche solo iniziare a farmici sopra un’idea. Quando dico “cose musicali” intendo dischi, ma all’atto pratico molti di questi “dischi” non sono affatto dischi fisici. Si tratta di opere miste, sostanzialmente digitali, che si inseriscono a cuneo in una guerra che sta decimando ogni formato musicale consumato fino a quattro-cinque anni fa, in favore di un futuro di cui nessuno sembra sapere ancora nulla. Avete presente il ritorno in pompa magna del vinile e il vostro amico che vi asciuga con quelle menate sulla fedeltà del suono e se non puoi toccare la copertina non è nemmeno definibile “ascolto”? Ecco, stocaxxo: la roba migliore di quest’anno è stata tutta spacciata in formati digitali o misti o non-formati. Allego qui di seguito qualche esempio.
Parto dall’ultimo di Kanye West, che si intitola The Life of Pablo. Al mo­mento in cui scrivo Kanye è ricoverato per una sorta di e­sau­rimento ner­voso che se­gue un mesetto di sbrocchi mat­ti contro Beyon­cé, Hillary Clin­ton e altra gente. Non è dato sapere come stia al mo­mento e se ri­prenderà, ma di sicuro è rimasta la realtà di The Life of Pablo. Che è un disco uscito all’inizio dell’anno, in streaming esclusivo su Tidal, e dopo qualche settimana qualcuno ha iniziato a notare piccole differenze rispetto a quel che era il disco la settimana prima. E poi grosse differenze, nuove canzoni che spuntavano, canzoni che c’erano e che sparivano misteriosamente, fino all’annuncio dell’etichetta secondo cui The Life Of Pablo avrebbe continuato a cambiare nel corso dei mesi come “un’opera d’arte vivente”. Kanye West! Mica parliamo di un artista concettuale con un pubblico di ottocento sfigati sparsi a tutte le longitudini, no, parliamo della popstar più in vista di oggi.
Il disco esisteva solo in streaming su Tidal; qualunque versione scaricata illegalmente era una versione tarocca, o non -aggiornata. Tenere il passo con le nuove versioni è proibitivo e di fatto nessuno sembra essere in­tenzionato a fa­rlo, e nel frat­tempo Kanye sta dan­do notizie di sé per questioni di gossip e salute fisica – da cui Life of Pablo come una sorta di fondale su cui dipingere un’opera d’arte vivente fatta di dichiarazioni, capi d’abbigliamento e concerti mandati in monda, cioè il primo disco della storia del pop che riesce a rendere davvero l’idea di un artista pop volubile e inafferrabile. Tra le altre cose, firmato da una persona che non ci metterebbe niente a toglierlo dalla circolazione domani e sostituirlo con un disco con lo stesso titolo e fatto di sole scoregge e rumori d’ambiente. Meglio ancora: non vediamo l’ora che lo faccia.
È una cosa molto simile a quella che ha fatto il secondo artista di questo elenco, che si chiama Frank Ocean e ha pubblicato il suo ultimo disco a fine estate. Ma in realtà non si sa esattamente quale sia l’“ultimo disco” di Frank Ocean: il 18 agosto, dopo un’agonia interminabile fatta di mi­croindizi e streaming di lui che non fa nulla in una stanza spoglia, esce in streaming esclusivo su Apple Music un album intitolato Endless e licenziato da Def Jam/Universal. Si tratta di un disco molto umorale, fatto di canzoni pop imprendibili, cover, skit ambientali di mezzo minuto e roba simile. Mentre la gente inizia a chiedersi se Frank Ocean (un artista di altissimo profilo, tra l’altro amico di Kanye, che sta in cima al podio del nuovo R&B) stia facendo sul serio o per finta, Ocean fa uscire in streaming un secondo disco, a un giorno o due di distanza. Si chiama Blond, oppure Blonde, a seconda se guardate la copertina o il titolo su Apple Music. Contestualmente fa anche uscire una sorta di fanzine patinata con lo stesso titolo (Blond), a cui è allegata l’unica copia del disco che uscirà mai. La fanzine è distribuita gratis attraverso quattro temporary store in giro per il mondo, annunciati più o meno in tempo reale. La copia fisica del disco, tuttavia, è molto rimaneggiata rispetto alla copia uscita online: mancano delle canzoni, alcune versioni sono diverse, eccetera. Blond, ammesso che sia quello in streaming su Apple Music, è un disco di Frank Ocean vero e proprio: molto soul, molto rarefatto, molto complesso, elegantissimo e in generale davvero piuttosto figo. Ma Blond non esce per Universal, e questa cosa sembra aver fatto incazzare il ceo della multinazionale al punto da fargli mandare una circolare seduta stante che impedisce agli artisti Universal di negoziare qualsivoglia anteprima esclusiva del proprio disco con le piattaforme di streaming. Rimane il dubbio se Endless, il disco Universal di Frank Ocean, sia un disco farlocco o un disco vero e finito o la metà sperimentale di un doppio disco intitolato Endless/Blonde. Nel dubbio io punto sull’ultima, anche se ammetto di essere innamorato di Endless molto più di quanto lo sia di Blond/Blonde e probabilmente di entrambi i dischi ho ascoltato una versione provvisoria e farlocca.
Il terzo non-disco non è così estremo come questi due, nel senso che il formato del disco quantomeno è identificabile: si chiama Elseq 1-5 ed è stato realizzato dagli Autechre. Le particolarità del disco sono che 1 non è stato stampato in nessun formato fisico e viene venduto solo in digitale, e 2 che si tratta di un album quintuplo della durata complessiva superiore alle 4 ore. Di solito da questo genere di dischi si cerca di stare lontani anni luce per il timore che si tratti di intricatissime seghe mentali dei musicisti, e di certo Elseq non sfugge alla categoria sega mentale. Ma va detto almeno che musicalmente Elseq è anche il disco più bello dell’anno, parlando squisitamente della musica: un complessissimo capolavoro di umanesimo postumano che incidentalmente sta andando a fare da summa a tutta una serie di movimenti artistici legati all’elettronica, nati fuori dal giro Autechre e più o meno affini dal punto di vista dell’ideologia estetica del suono. Il problema è che per ascoltare Elseq 1-5 devi prenderti le ferie: l’ultima volta che ho avuto quattro ore per ascoltare un disco è stato all’uscita di Load dei Metallica (e quella volta, diciamocelo, era andata abbastanza di merda), così mi sono messo ad ascoltarlo a blocchi nella vana speranza di riuscire a tenere insieme i pezzi ed arrivare a comprenderne la visione d’insieme, un compito agevolato molto dal fatto che i brani hanno titoli facilissimi da ricordare, tipo “Elyc6 0nset” o “c7b2”. Così, per la prima volta dai tempi del primo dei Meshuggah, mi sono trovato negli ultimi mesi a studiare un disco con impegno e non riuscire a capirlo manco per sbaglio. Ci voleva che fosse un disco non-fisico e che durasse quattro ore e passa. Basta, mi sa che ho sforato con lo spazio.

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