La battaglia di Amadou, dal Gambia, che vuole farcela “da solo”

UN020035di Matteo Cavezzali

Il suo bimbo è italiano. Quel piccolo batuffolo urlante che tiene tra le braccia, con tenerezza e soggezione, quell’esserino che urla con una bocca che pare più grande del volto, mente lui lo guardava con occhi assonnati. Quello è suo figlio, ed è italiano. E dire che era appena venuto al mondo, e chissà da dove è arrivato.

Amadou Cham, invece, italiano non lo è, e forse non lo diventerà mai. Aveva solo 21 anni quando è arrivato. Ora ne ha appena 24 anni, ma già tutto è così diverso da quando si aggirava con aria smarrita vagando da una stazione e l’altra, da un letto all’altro. Adesso ha un lavoro, una fidanzata e un bimbo. Pietro, l’hanno chiamato così: è nato all’ospedale Santa Maria delle Croci come Lucia, la madre, una giovane ragazza di Fusignano. Si erano conosciuti a una festa, si sono innamorati, poi è arrivato il piccolo, forse prima di quanto avessero pianificato. Amadou lavora allo spurgo dei pozzi neri, e ha una grande passione, quella per il calcio. Gioca come difensore nel Real Fusignano, nella lega dilettanti. Quest’anno la squadra non sta facendo un gran campionato, ma dopo il pareggio col Bagnacavallo ha iniziato a sperare di risalire la classifica.

Il permesso di soggiorno però pende sempre sulla sua testa, come una spada di Damocle. Se perdesse il lavoro lo rispedirebbero a casa, in Gambia. Essendo padre di un italiano, potrebbe chiedere il permesso di soggiorno per motivi familiari. Però cosa penserebbe la gente? Crederebbero che ha messo incinta quella povera ragazza solo per poter rimanere in questo paese, penserebbero che non la ama, che per lui era stata solo una scorciatoia. E Pietro cosa penserebbe? Certo, ora oltre ad attaccarsi al seno della madre per sfamarsi, non può riflettere molto, ma quando un giorno potrà comprendere cosa penserà di suo padre?

Amadou non vuole che possa venirgli il dubbio di essere nato per un motivo diverso da quello meraviglioso e insondabile, che è l’amore tra due persone e la bellezza della vita. Il padre di Amadou gli aveva insegnato fin da bambino che un uomo deve camminare sulle sue gambe. Che le foglie secche le porta la corrente, i pesci invece nuotano nel fiume. Ovvero se vuoi andare da qualche parte nella vita devi essere tu a faticare, altrimenti non arriverai da nessuna parte.

Amadou ha fatto richiesta di asilo politico-protezione internazionale: la Commissione Territoriale competente gliel’ha negata mentre il Giudice ordinario gli ha riconosciuto la protezione umanitaria sottolineando il percorso di inclusione sociale, lo svolgimento di attività lavorativa e l’essersi inserito nella comunità del territorio. Ora però, come di prassi, l’Avvocatura dello Stato ha impugnato tale decisione e Amadou preferisce difendersi, far valere le ragioni della sua partenza anziché beneficiare di un permesso per motivi familiari legato alla cittadinanza del suo bambino.

È dovuto fuggire dal Gambia dove imperversava il dittatore Yahya Jammeh insediatosi con un colpo di stato nel 1994. Quasi nessuno conosce la ferocia di questo tiranno in Italia, d’altra parte il Gambia è un piccolo stato lontano, che si estende lungo l’omonimo fiume, nel cuore dell’Africa. Però Jammeh ha mietuto un numero incalcolabile di vittime. Dodici volte hanno tentato di spodestarlo, e ogni volta la rivolta è stata soffocata nel sangue. Le prigioni si sono riempite di dissidenti, di omosessuali, di filo-colonialisti e di infedeli. A contrastarlo c’era Solo Sandeng con il partito Unione democratica, che un giorno è scomparso, e il suo corpo non è mai stato trovato; oppure il sindacalista Sheriff Dibba morto in carcere in circostanze mai chiarite. In Gambia, dove i bambini sono costretti a prostituirsi, in cui ogni anno muoiono migliaia di persone di Aids, oppure aggrediti da cani randagi e in cui la corruzione è l’unica vera legge.

Per tutto questo Amadou è dovuto fuggire. Ora però, dopo tre anni che non è più in Gambia le cose sono cambiate: il dittatore è stato sconfitto. Ha vinto le elezioni un nuovo presidente, Adama Barrow. Il tiranno però non voleva lasciare il suo posto, il governo del Senegal aveva già preparato l’esercito per iniziare una guerra. Quando ha visto che le cose si erano messe male si è arreso. Ora il Gambia è apparentemente tornato uno stato democratico.

Però Amadou non può più rientrare, non vuole. Ora ha una nuova vita qui, ma deve dimostrarlo. Non vuole che il suo diritto di rimanere in Italia gli sia concesso solo perché è nato Pietro, vuole che gli venga riconosciuto il suo sforzo, la fatica che ha fatto per vivere qui. Vuole che qualcuno gli dica: «sì, dove eri prima non potevi vivere», «sì, qui hai fatto del tuo meglio, lavori ogni giorno, fai la tua parte in questa società» e «sì, puoi rimanere per quello che hai dimostrato tu, non per quello che tuo figlio di tre mesi ha dimostrato al tuo posto». Perché per Amadou questa non è una storia privata, non è solo la sua storia, la sua vita, ma qualcosa che va oltre. È anche per tutti gli altri che come lui, ogni giorno, stanno lottando per tutto questo.
«Io sono noi», si dice in Gambia, se ognuno pensa solo a sé stesso, nessuno esiste davvero.

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