Yeo, da profugo a mediatore culturale: «Conosco le difficoltà da superare»

Arrivato dalla Costa d’Avorio attraverso la Libia è stato accolto dal progetto Sprar: «Mi ha dato i mezzi per integrarmi, studiare italiano e contabilità. Se avessi saputo com’era il viaggio, non sarei partito»

 

Yeook2di Matteo Cavezzali

«Ho due figli», mi dice, e mi mostra una loro foto. «Studiano, hanno ottimi voti», ne va molto orgoglioso. Lo dice prima ancora di dirmi il suo nome. «Piacere, mi chiamo Yeo». Indossa una camicia bianca, perfettamente stirata, su cui indossa una cravatta nera. Yeo di lavoro aiuta gli immigrati e i richiedenti asilo politico. Lavora per la cooperativa Camelot, in particolare con i ragazzi minorenni, ed è un mediatore culturale. Yeo è nato in Costa d’Avorio. «Lo Sprar mi ha dato i mezzi per integrarmi, per imparare l’italiano e studiare contabilità». Racconta…

«Appena sono arrivato a Ravenna ho cominciato a chiedere a tutti i negozi se avevano bisogno. Facevo il giro a ripetizione. I proprietari fanno fatica a prendere commessi neri a Ravenna». Non ci avevo mai pensato prima che me lo dicesse Yeo, ma ora che ci faccio caso non ne vedo nessuno.
«Preferiscono tenerli dietro, in posti meno visibili, tipo la cucina o il magazzino. Alla fine la proprietaria di una bottega cinese mi disse che quando avessero avuto bisogno mi avrebbero chiamato. Ci tornai dopo due settimane e vidi che aveva assunto un altro. Le ho detto “beh, non mi dovevate chiamare?”, e lei ha risposto che si era dimenticata. Allora ho cominciato a passarci ogni giorno, così che mi tenesse a mente, e un giorno finalmente mi ha detto “domattina inizi”. Lavoravo dodici ore al giorno per 800 euro al mese. Allo Sprar mi avevano offerto dei tirocini per formazione lavoro, ma dovevo mandare soldi a casa e purtroppo avevo dovuto rifiutare. Alla fine dallo Sprar mi hanno detto che c’era bisogno di una persona che dormisse con i minori e pensasse a loro durante la notte, così è iniziato. Ora lavoro per permettere alle persone di integrarsi conoscendo bene in prima persona le difficoltà che ci sono da superare, perché ci sono passato anche io».

In Costa d’Avorio Yeo era insegnate, e aveva lavorato anche per una Ong che si occupava di ricostruire il paese dopo la guerra del 2010. Quando è dovuto andare via per problemi politici è arrivato in Libia. «Lì ogni mattina all’alba mi facevo trovare in una piazza – racconta –. Passava un pick up e l’autista urlava un numero dal finestrino: “due!”, oppure “dieci!”. Era il numero delle persone che gli servivano quel giorno. Ci portava a fare i lavori più svariati. Tutto quello che di cui aveva bisogno dicevo di saperlo fare. Sai fare il muratore? Certo! Il facchino? Da sempre! Il benzinaio? Eccomi! La Libia però è un paese molto pericoloso».

Yeo ci racconta che i bambini girano in strada armati: dieci anni e il kalashnikov sotto il braccio. La vita non vale niente. Possono ucciderti per pochi soldi.
«Se vuoi lasciare la Libia – dice l’ex insegnante – tutti sanno come fare, solo per questo sono organizzatissimi. Coxeur, li chiamano, sono loro che girano per reclutare persone convincendole a prendere il mare verso l’Italia. Ha voluto1200 dinari. Ne guadagnavo 300 al mese. Tutto quello che ho guadagnato in sei mesi in Libia l’ho dato ai coxeur. Sono venuti a prendermi la notte, dove abitavo, in una casa abbandonata vicino al mare. Loro pensavano a tutto, ci hanno dato da mangiare pane e tonno prima di imbarcarci. Eravamo centoquattro persone. Quel giorno sono partiti quattro barconi. Dopo quattro giorni in mare ci hanno soccorso, e siamo sbarcati a Pozzallo, in Sicilia. Era il 24 luglio 2014. Non dimenticherò mai questa data. Non avevo detto a mia moglie e ai miei figli che stavo per fare la traversata. Lei non avrebbe mai voluto. Non avrei mai pensato che sarebbe stata così, l’attraversata. Giorni in mare, senza sapere se arriverai o annegherai. In balia delle onde, con la morte accanto. Se avessi saputo che il viaggio era così non sarei mai partito. I coxeur ci avevano ingannati. Sono stato tre settimane senza sentire la mia famiglia, avevano pensato che mi fosse successo qualcosa di brutto. Poi sono riuscito a mandare una mail a un mio amico che ha detto a casa che ero vivo ed ero in Italia. Ci siamo risentiti al telefono dopo quasi due mesi. Non abbraccio i miei figli da quattro anni. È dura, ma almeno riesco a mandargli i soldi per crescere bene, e per poter studiare. Stanno dimenticando il mio volto, ma si ricorderanno sempre quello che ho fatto per loro».

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