E Svetozara, dalla Siberia, diventa Silvia per accudire Ercole, tra battute e nostalgia

 

Svetozara E Ercole

Svetozara e Ercole

di Matteo Cavezzali

Ercole mi sussurra: «Ogni tanto la chiamo Gorbaciov per farla arrabbiare. Odia Gorbaciov!».
«Gorbačëv che a Ercole piace tanto è stato la rovina della Russia. Prima in Unione Sovietica tutti avevano un lavoro, da mangiare e una casa, poi è successo di tutto, oggi è pieno di poveri».
«Preferivi Stalin?!».
«Stalin è morto nel 1953! Non sono mica della tua generazione io!».
«Trova sempre delle scuse per ricordarmi che sono vecchio. Lo so che sono vecchio, altrimenti mica la pagherei per cucinarmi quel polpettone che sa di saponetta. Le è andata bene che ho vissuto la fame e la miseria dopo la guerra, altrimenti col cavolo che lo mangerei. Non sa fare nemmeno l’insalata russa, pensa come a sema masè».

Vivono in un appartamento degli anni sessanta del Borgo San Rocco. Il pavimento di piastrelle arancioni, la cucina con i neon, il tavolo verde di laminato, le poltrone ricoperte da panni per non rovinarle.
Svetozara ha una piccola stanza per sé in cui ha messo alcune cose che gli ricordano casa. Una foto della figlia Arina che ha 25 anni, una statuina della Madonna, poco altro.
Quando vengono degli ospiti mangiano cioccolatini, di cui Ercole è ghiotto.
«Non esageri che le danno fastidio!».
«Sono arrivato a 86 anni a furia di cioccolatini. Se avessero dato fastidio non sarei qui. Ormai niente mi può più dare fastidio».
«Il medico glieli aveva vietati, e ho scoperto che li andava a comprare di nascosto e aveva riempito un vaso in camera sua di Baci Perugina. A quel punto sua figlia mi ha detto di lasciar perdere il divieto e così…».
«Mi vogliono togliere tutto. Prima le sigarette, adesso la cioccolata. Ma cosa vivo a fare se non per i vizi? E le assicuro che altri vizi non ne posso più avere».

Alla fine però il discorso si fa malinconico, succede quando Svetozara si alza e va a preparare il caffè e la seguo in cucina. Avvita la Moka e la mette sul fuoco, e assieme aspettiamo che il caffè salga. È in quel breve momento che mi confessa: «Per noi è molto strano che in Europa si affidino i proprio genitori anziani a degli estranei. Nel mio paese gli anziani vivono sempre con i figli. Ora mio padre è vecchio, sta morendo, e io sono lontana a prendermi cura del padre di un’altra donna. Ogni tanto mi pare tutto così assurdo. Me la ero immaginata in modo diverso la mia vita».
«Siete andati a prenderlo in una piantagione del Brasile questo caffè?», brontola Ercole.
«Eccolo! Eccolo!», dice Svetozara portando il vassoio con i caffè in salotto.
«Il caffè lo fa proprio buono».
«Almeno questo me lo concedi».
«Sì Gorbaciov, questo te lo concedo»
«Da mangiare non sa fare niente».
«Però delle polpette non ne è rimasta nemmeno una!».
«Sì, le polpette sono buone. Ma del resto…».
«E il ragù».
«Sì anche il ragù l’ha imparato. Ma il resto…».
«E la cotoletta?!».
«È vero, stai migliorando, Silvia».

Sembrano una coppia uscita da una commedia francese. Sara: bionda, spalle larghe, un donnone di un metro e ottanta arrivata in Romagna da uno sperduto villaggio a sud di Tomsk, in Siberia.
«Non si chiama mica Silvia poi. Us ‘cema Saravanka o una roba del genere».
«Svetozara».
«Ecco».
Lui è un ometto piccino piccino, 86 anni, capelli bianchi come la neve, occhi chiari e nome di mitologico retaggio: Ercole. Uno accanto all’altra sembrano provenire da due galassie diverse.
Svetozara è la badante di Ercole da due anni.

Bisticciano di continuo, come Sandra e Raimondo, ma si vede che tra i due c’è una tenera intesa.
«Quando vivevo in Russia mi sono laureata in medicina, ma qui la mia laurea non vale, e così…».
«Sì, figurati. A sentire loro sono tutte laureate», la punzecchia Ercole.
«Ti ho fatto passare il mal di schiena sì o no?»
«Questo è vero. Non so se serva una laurea, ma la sua terapia ha funzionato».

I due bisticciano su tutto. Anche di politica.

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