«Non importa da dove veniamo ma dove stiamo andando»

Taffou ed Edith vengono dal Camerun e hanno quattro figli, di cui due all’università

Taffou Edith Storie Meticce

Taffou ed Edith con Chloe e Ivan (foto di Marco Parollo)

di Matteo Cavezzali

Una donna elegante mi apre alla porta un po’ sorpresa: «Ti aspettavamo più tardi, accomodati».
Sta cucinando mentre il figlio piccolo è seduto sul tappeto e gioca a Fortnite con il tablet. La figlia sta facendo i compiti di geometria, aiutata da un cugino più grande. «È l’ipotenusa! Ricordati è sempre l’ipotenusa», le ripete. Fa la prima liceo scientifico, tra pochi giorni ha la verifica e ci tiene ad andare bene.

Sono arrivato da pochi minuti quando arriva il padre, di ritorno dal lavoro. La figlia alza la testa dai compiti, lo saluta e tenta – forse per l’ennesima volta – di convincerlo: «Se vado bene nella verifica mi lasci andare a Bologna in treno sabato?»
«No, quante volte te lo devo dire. Sei troppo piccola. Arriverà il momento».
«Dai babbo… Mamma, posso?»
La madre mette il coperchio sulla pentola ed entra in salotto. «Devi avere pazienza. Lo sai. Ti ricordi che alle elementari ti portavo a scuola per mano, e non uscivi finché non arrivavo a prenderti. Alle medie hai cominciato ad andare a scuola da sola. Arriverà anche il momento in cui potrai andare da sola a Bologna. La vita è una curva, come la cupola di una chiesa, mano a mano che sali crescono le responsabilità».
«Ma mamma, a Ravenna mi annoio. Sabato pomeriggio abbiamo due possibilità: o andiamo al Cinema City o in piazza del Popolo… Fine».

Il padre si siede sul divano, bevendo un bicchiere d’acqua fresca. «Se in questa città non c’è quello che volete voi ragazzi, organizzatelo voi».
«Ma ho solo quindici anni!»
«Non c’è un’età a cui si è autorizzati a darsi una mossa: devi farlo da subito. La città è le persone che la vivono. Se non c’è quello che volete createlo voi. Organizzate una festa, delle gare sportive, inventatevi un modo di guardarla in modo diverso. Non aspettate che qualcuno lo faccia per voi».

Taffou e sua moglie Edith sono nati in Camerun. Hanno quattro figli, i due più piccoli vivono con loro, Chloe frequenta il liceo, Ivan le elementari, i due maggiori fanno l’università: Frank studia architettura a Torino, Paline giurisprudenza a Le Havre in Francia. Taffou si guadagna da vivere facendo il facchino al porto, Edith dopo aver lavorato in cucina in un grande ristorante ha frequentato un corso ed è diventata operatrice socio sanitaria.

«Non deve essere semplice mantenere due figli all’università», chiedo.
«Mica li manteniamo, infatti. Li aiutiamo se hanno bisogno, ma lavorano e si pagano gli studi da soli. Non riusciremmo altrimenti. Vedi lui – dice indicandomi il cugino che aiuta Chloe nei compiti –. Lui si è laureato in ingegneria a Bologna facendo i turni in fabbrica. Dopo aver fatto la notte staccava la mattina all’alba e prendeva il treno per andare all’università».
«Lo fanno in tanti – tenta di sminuirsi il cugino –. Non è così strano».
Dopo la laurea è stato assunto nel settore petrolifero, ma da poco ha perso l’impiego. «L’azienda ha lasciato a casa cento persone».
«E ora cosa farai?», gli chiede Chloe. «O cambio tipo di lavoro completamente, e mi rimetto a studiare, o cambio paese. Non è facile, ma come si dice: finché c’è vita c’è speranza».

Chiedo a Taffou se gli piace vivere a Ravenna. «Certo! È molto bella e a grandezza d’uomo».
Hai mai nostalgia dell’Africa? «Ogni giorno. Però nella vita si fanno delle scelte. Non vuol dire rinnegare il mio passato. È un momento storico di grande crisi di identità, non sappiamo più chi siamo e questo ci porta ad indurire i nostri cuori e diventare egoisti. Dobbiamo resistere a questa tentazione.
Dobbiamo essere forti. Si dà troppa importanza alla domanda “da dove vieni?”, credo ci sia una domanda migliore per capire chi siamo. Non dovremmo chiederci “da dove vieni”, ma “dove stai andando?”».

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