Il coraggioso ritorno dei National

The NationalE così sono tornati quelli che vengono giustamente definiti come gli anti-eroi della musica rock internazionale, una band lontana da qualsiasi moda o da qualsivoglia posa da star, che non ha mai tentato di cavalcare le tendenze o scorciatoie verso il successo, ottenendolo invece album dopo album, in modo incredibilmente dilatato considerati i tempi in cui viviamo, fino a diventare qualcosa come i Rem, tanto per rendere l’idea di come popolarità e qualità artistica siano cresciuti di pari passo.

Con vent’anni di carriera alle spalle e cachet a chissà quanti zeri, ormai mitizzati dai fan, i National potevano tirare a campare. Ancor di più in un disco all’apparenza minore, annunciato come un lavoro con anche alcune canzoni di fatto scartate dagli album precedenti e realizzato per un cortometraggio del regista Mike Mills che, caso forse più unico che raro, ha anche coprodotto il disco, pur dichiarando candidamente di non capire nulla di musica.

In realtà ne è venuto fuori il loro lavoro probabilmente più coraggioso, ancor più dell’ultimo Sleep Well Beast, che introduceva alcune sonorità (per come eravamo abituati) sperimentali.
Innanzitutto I Am Easy to Find – ottavo lavoro sulla lunga distanza – è il disco più lungo mai prodotto (quasi 70 minuti di musica) dalla band originaria di Cincinnati, il che già costringe ad alzare l’attenzione. E poi è soprattutto il primo in cui i National si aprono così tanto a contributi esterni, tanto che (oltre all’apporto di Mills) la voce baritonale di Matt Berninger non è più (ebbene sì) protagonista assoluta delle canzoni, grazie alla partecipazione di diverse voci femminili (la più nota, Sharon Van Etten) che hanno in realtà ruoli da vere e proprie co-protagoniste di piccole storie che parlano di rapporti di coppia o del tempo che passa.

Musicalmente le chitarre sono sempre più in secondo piano a favore di pianoforte, archi, elettronica, all’insegna sempre più di un elegante minimalismo (in alcuni momenti si sfiora quasi la musica classica) che sembra seguire (pur restando in un altro ambito) la lezione stilistica dei Radiohead.
I maligni potranno dire che i National suonano sempre la stessa canzone, con arrangiamenti più sofisticati, ma il punto è che lo fanno con una classe fuori dal comune e con una tale cognizione di causa da essere riusciti a crearlo, un nuovo standard per la canzone americana, senza inventare nulla.

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