Da X Factor alle targhe Tenco

Ho visto la prima puntata di X Factor – per intero (in-te-ro) – solo per vedere Manuel Agnelli, lo confesso. Ero curioso e credo di non essere stato l’unico (tra i non frequentatori abituali, intendo). In alcuni momenti mi sono anche piuttosto divertito, in altri mi sono sentito in imbarazzo per lui. Cose normali, che avevo messo piuttosto in preventivo. Quello che non avevo previsto è invece la coda di polemiche che ne è seguita, tra giornalisti, musicisti e appassionati vari, non solo su Facebook, che sarebbe pure normale, ma anche in veri e propri articoli. Il tutto utilizzando a volte anche molto spazio (e quindi un notevole dispendio di energie, a occhio) e con toni più o meno saccenti. Il tema, nel 2016, con tutte le barriere ormai abbattute da un pezzo, è sempre quello dell’alternativo e del commerciale. Che magari può anche essere interessante. Ma che in questo caso non c’entra una mazza. Non siamo di fronte a un artista che è dovuto in qualche modo scendere a compromessi per portare la sua arte a una platea più vasta. Siamo di fronte a un musicista che ha deciso di fare un programma televisivo. Di diventare un personaggio televisivo interpretando un giudice di X Factor, almeno per qualche mese. Manuel Agnelli non suona, non canta, non parla degli Afterhours, non promuove il suo disco (che è tra l’altro lontanissimo da qualsiasi cosa si possa definire “commerciale”) ma si limita a fare il simpatico facendo il cattivo. Ognuno, a questo punto, la può pensare come vuole, mica lo voglio difendere: l’importante è smetterla di parlare di musica o di una scelta che in qualche modo abbia a che fare con la sua arte. Intanto i suoi Afterhours sono stati battuti in “finale” alle Targhe Tenco – il premio considerato più importante per la musica italiana, assegnato da oltre 200 giornalisti – da Niccolò Fabi, uno che era commerciale e ora è alternativo, tanto per proseguire nel tormentone, con un disco (“Una somma di piccole cose”) acclamato fin dalla sua uscita, che sembrava dovesse essere tipo la risposta italiana a Bon Iver. Ascoltato senza pregiudizi, cavolo, è davvero qualcosa del genere. Più in particolare, mi ha ricordato l’ultimo, straziante, Sufjan Stevens. Doloroso ma leggero, in punta di penna. Qualche caduta in qua e in là, ma in generale un bel disco e un premio azzeccato, a questo giro. Così come quello per la migliore opera prima, assegnata a Motta (a proposito di Afterhours, in qualcosa li ricorda), con un altro degli album italiani indubbiamente più interessanti dell’anno. Se non fosse per l’incredibile esclusione di Alfio Antico dai finalisti per il disco in dialetto, ci sarebbe quasi da dire bravi, per una volta, a ‘sti giornalisti…

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