Dai Beach House al mito lo-fi dei Beat Happening

Sarà un Estragon presumibilmente gremito quello che sabato sera, 9 marzo, accoglierà i Beach House per uno di quei concerti di cui si parla già da alcuni mesi, uno di quelli per cui vale ancora la pena comprare il biglietto in prevendita, tanto per intenderci. Una cosa piuttosto inaspettata per questo duo americano che fino a qualche tempo fa sembrava dover restare solo il classico gruppo da piccolo club e qualche decina di spettatori accomunati dalla passione per le belle melodie e la malinconia. Poi, pian piano, un’ascesa che è comunque comprensibile alla luce di alcuni piccoli gioielli di pop d’autore, una bella presenza scenica (anche se solo la immaginiamo) e un ultimo album in grado di chiudere un po’ un cerchio e – pur senza grossissimi cambiamenti rispetto al passato – di raccogliere consensi anche al di fuori della solita nicchia. Senza essere niente di clamoroso, perché non lo sono, stiamo parlando di una di quelle band che dà una leggera dipendenza. Che non entrerà nella storia, ma che ora, adesso, è un piacere ascoltare e riascoltare e che hai voglia, appunto, di vedere dal vivo.  Gli ingredienti sono pochi e semplici: tastiere, batteria elettronica (o qualcosa del genere), chitarre, meglio se slide, e una voce femminile lievemente straniante, distaccata, quasi algida – tanto da essere paragonata alla grande Nico – che crea un bel contrasto con le melodie calde e malinconiche di cui si diceva. Il disco che stanno portando in tour, Bloom, è tra le cose migliori uscite l’anno scorso nel genere, i precedenti Devotion e Teen Dream erano ancora meglio, mentre il loro debutto, omonimo, era ancora piuttosto acerbo. Ma a proposito di dischi e di indie-pop (ah, già, i Beach House vengono identificati soprattutto con il dream-pop, se vi interessa, quello dei seminali Galaxie 500 e dei troppo presto dimenticati Luna), la bella notizia di questi ultimi giorni è l’annuncio da parte del leader Calvin Johnson della ristampa dell’intero catalogo dei Beat Happening, in ordine cronologico. Nome di culto quasi per antonomasia, i Beat Happening hanno dato alle stampe una manciata di album dalla metà degli anni Ottanta ai primi Novanta che non dovrebbero mancare in alcuna discografia e sono uno di quei pochi gruppi in grado di creare un’estetica. In questo caso quella lo-fi, del volutamente “brutto”, “stonato” e “mal registrato”, ma fatto con gusto, senso melodico e grande personalità. Tanto che i pezzi ti restano in testa, la voce atonale ti emoziona, quel suono diventa uno dei tuoi preferiti. E spero che questa sia l’occasione giusta per innamorarsene anche per chi ancora non li conosce.

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