Nick Cave e il disco con la morte dentro

Il nuovo disco di Nick Cave si chiama “Skeleton Tree” è uscito il 9 settembre ed è qualcosa di spaventoso. Non è il disco sulla morte del figlio, come qualcuno potrebbe aver capito leggendo giornali e siti internet in queste ultime settimane. Anche solo per il fatto di essere stato concepito diversi mesi prima di quel 14 luglio del 2015, quando il 15enne Arthur Cave morì dopo aver assunto droghe allucinogene ed essere caduto da una scogliera a Brighton, nel sud dell’Inghilterra. Ma non lo sarebbe stato comunque, un disco sulla morte del figlio. Forse neppure se lo avesse voluto. Questa è un’opera sull’amore e sul dolore, come solo un disco di Nick Cave poteva esserlo. Un manifesto. La morte di Arthur non è allora da cercare nei testi, ma nella voce distrutta, nell’atmosfera cupa che pervade (quasi) tutto l’album, nella tensione che solo pian piano si scioglie fino a un finale che profuma vagamente di risveglio dopo la tempesta. C’è chi, di questo album, ha criticato l’aspetto musicale. Troppo ripetitivo, si è detto, troppo in secondo piano i suoi Bad Seeds (questo è il sedicesimo disco del sodalizio, non credo che esista né mai esisterà nella storia un sedicesimo disco così clamoroso), troppo minimale. Sono critiche legittime e che in qualche modo comprendo. Ma da cui si può dissentire anche pesantemente. Gli arrangiamenti di archi e synth, il pianoforte, i rumori accennati, perfino i sibili, tutto sembra essere al proprio posto. Il senso della misura di questo album, dal punto di vista musicale, è esemplare, nonché il suo valore aggiunto. Nel suo essere così inquietante, e per certi versi ripetitivo, riesce a passare comunque attraverso registri diversi. In un disco del genere, per dire, Nick Cave trova il modo di inserire addirittura dei cori fin quasi infantili. Passa dallo spoken word a utilizzare la voce di una soprano in un pezzo dal sapore quasi new age, da un omaggio all’hip hop (forse) a una citazione dei Radiohead, dalle atmosfere di Angelo Badalamenti allo sperimentale, fino alla ballata tutta melodia che cambia il verso del disco, “I need you”, terzultima di otto canzoni e quaranta minuti di splendido, meraviglioso, dolore.

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