Se i primi Bachi da pietra non torneranno più, teniamoci stretti questi

Ascoltando il loro ultimo disco due amici paragonano la voce del cantante a Piero Pelù. Sì, sono pazzi, ci mancherebbe. E non capiscono mica di musica come noi. Però quello di Piero Pelù è un dettaglio che può anche far riflettere. Fa capire perlomeno che nell’ultimo disco dei Bachi da Pietra qualcosa è cambiato. Fermi tutti: è un bel disco, questo Quintale. Però c’era anche tanta attesa. Giravano teaser su internet, dichiarazioni. Il disco hard rock dei Bachi, si era detto. Perché sì, nonostante quel nome, i Bachi da Pietra sono diventati tra i top dei top della scena rock italiana ed essendo il loro album numero cinque, per forza era molto atteso. Il primo ascolto è una bella botta, il classico pugno nello stomaco, hard rock, giri addirittura metal a tratti, ma non solo. Perché ci sono anche pezzi di decompressione, come li chiamano loro, meno hard, come quel capolavoro che è Fessura, dal cantato vagamente hip-hop e un giro di chitarra quasi alla Massimo Volume, o quei gioiellini conclusivi che portano il nome di Dio del suolo e Ma anche no. Poi ci sono alcuni pezzi fantastici e tiratissimi, l’iniziale Haiti, Paolo il tarlo, con il sax di un oggetto di culto come Arrington de Dionyso degli Old Time Relijun o il metal “bachiano” di Sangue. Senza dimenticare il blues di Mari lontani che ricorda nelle atmosfere i primi passi del gruppo. Ecco sì, tutto bello, ma c’è un po’ di nostalgia per quei primi Bachi, nel sentire questo nuovo disco. Perché se qualcuno confonde la voce di Giovanni Succi con Piero Pelù significa che qualcosa si è banalizzato verso un suono sì duro, ma sicuramente più fruibile rispetto allo splendido blues scarnificato di inizio carriera, quando la voce era quasi incomprensibile e aggiungeva un certo pathos al tutto. Adesso è tutto un po’ più normale, come accadeva nel precedente Quarzo, seppur con tutto un altro stile. Cioè, i primi tre dischi dei Bachi, invece, erano davvero un’altra cosa, una roba che resterà, tanto che qualcuno sulle riviste specializzate scriveva di trovarsi di fronte a «uno dei più grandi gruppi italiani del terzo millennio» (giuro che è una citazione vera, e io sottoscrivo, tanto chissà dove sarò tra cinquecento anni). Va beh, non si può tornare indietro, e allora vanno benissimo questi Bachi, ce ne fossero di band così in Italia. Oltretutto possiamo dire con un certo orgoglio che l’altra metà del gruppo, il batterista Bruno Dorella, è ormai un ravennate d’adozione, per sua scelta. E che in un pezzo di Quintale è espressamente citato anche Chris del Bronson. Mica male.

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