Se ne va anche Jason Molina, grande con i Songs: Ohia

Non è stato certo grande quanto Neil Young, che era diventato invece un chiaro punto di riferimento per la sua musica. E neppure quanto un classico contemporaneo come Will “Bonnie Prince Billy” Oldham, a cui deve la sua nascita artistica e a cui è stato inizialmente associato. Non è mai stato, secondo me, neppure all’altezza di Smog, altro nome a cui spesso è stato paragonato, ma di cui non ha mai raggiunto la qualità della scrittura. Elliott Smith, poi, aveva più senso della melodia e una leggerezza di fondo che stemperava la malinconia insita anche nella sua musica; Mark Linkous, con gli Sparklehorse, aveva un quid pop-rock che lo rendeva più appetibile alla massa indie; Vic Chesnutt è riuscito a diventare un’icona del folk-noir come lui non è mai stato in grado di essere. Di questi ultimi tre personaggi, due sono morti suicida, uno (Smith) non si sa bene come, ma probabilmente sempre a causa di uno stato di depressione. Ed è questo che li lega a Jason Molina, purtroppo, morto il 16 marzo scorso per il ripetuto abuso di alcol, senza assicurazione sanitaria, in una comunità rurale di recupero in West Virginia. Che diventa così il quarto di quei cantautori americani di musica depressa (come la chiamavano gli “altri” per prendere in giro noi che l’amavamo) scomparsi in questi ultimi anni. No, comunque, come detto fin qui, non sarà ricordato come uno dei più grandi cantautori americani della storia recente, Jason Molina. Lascia in eredità una carriera scostante, naufragata all’insegna di un blues elettrico senza infamia e senza lode (con il progetto Magnolia Electric Co.). Prima, però, aveva colpito al cuore con i suoi Songs: Ohia e almeno tre dischi da recuperare, tutti accomunati da un’intensità rara: The Lioness (anno 2000), con le sue ballate elettroacustiche, la voce sofferta di Jason e crescendo emotivi da incorniciare; Didnt’ It Rain, forse il più classico nella forma, country-folk-blues al rallentatore, di due anni più tardi; in mezzo quello strano oggetto che risponde al nome di Ghost Tropic e che quasi mi commuove ogni volta che l’ascolto. Un disco fuori dal mondo, pieno di silenzi, riverberi; esperimento post-rock, hanno detto alcuni, con dentro tutti i fantasmi di Molina, pochi brani, lunghissimi, quasi estenuanti, ma da ascoltare al massimo del volume per entrare dentro un disco nero come la sua copertina e lento come non se ne sentono più da tempo. Solo per questo misconosciuto capolavoro, e nonostante tutto quello che ho scritto qua sopra, caro Jason, sappi che io ti ricorderò per tutta la mia vita.

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