Nuovi gioielli di un nome di culto da riscoprire: Lino Capra Vaccina

Lino Capra Vaccina – Metafisiche del suono (2017)
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Tra le mode musicali c’è quella di trovare ogni tanto il “nome di culto” da ritirare fuori. Gente che faceva musica negli anni 60/70 e poi scomparsa dal radar per un po’. Da qualche anno nel salotto buono se non nomini Juri Camisasca, Messina e Lovisoni, o Lino Capra Vaccina, sei veramente “out”. Per fortuna in questi casi si tratta di materiale veramente notevole, testimone di una stagione eccezionale di Milano e dell’Italia tutta (i primi anni 70), di una cricca di innovatori che fa parlare di sé attraverso gli eventi del Parco Lambro e soprattutto grazie ai nomi che diventano più famosi (Battiato, Finardi, Stratos ecc.), ma in realtà è un dedalo di connessioni, libertà espressiva, contaminazioni.

Lino Capra Vaccina in quegli anni produce almeno due capolavori: il primo disco degli Aktuala (omonimo) e il suo primo solista (Antico Adagio). Nel frattempo lavora come percussionista con Battiato (commovente il racconto di un tour in duo in Francia e Olanda, in cui aprono alcuni concerti di Nico poco prima che morisse) ed intraprende la breve esperienza di Telaio Magnetico. Non smette mai di sperimentare, sparisce per qualche decennio (immagino non abbia mai smesso). E rieccolo in questi anni 10 tornare con dischi intensissimi, sperimentali ma equilibrati tra gusto e silenzi, con una certa vocazione melodica e fricchettona, senza che questi ultimi due elementi ne intacchino l’integrità artistica . Dei gioielli, davvero. In particolare Arcaico Armonico e l’ultimo Metafisiche Del Suono sembrano ricercare qualcosa di assoluto, di spirituale e fuori dal tempo e dalle mode (con buona pace dei salotti buoni). Non è ambient, per niente. D’altronde stiamo parlando di un percussionista. Ma è tutto molto delicato, i colpi e le note sono lì perché sono necessari, in un discorso che porta alla spiritualità attraverso la concentrazione più che attraverso il rilassamento, in cui la nota è cibo per il cuore, e il silenzio pure.
Tra tutti scelgo l’ultimo, non perché sia migliore (sono tutti eccellenti), ma per rendere giustizia alla continua tensione alla ricerca e all’evoluzione di un artista che sembra non invecchiare mai.

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